mercoledì 27 febbraio 2013

Primo incrocio pericoloso dell'anno

Il 14 Gennaio scorso scrivevo dell'arrivo, in questi giorni, del primo incrocio "pericoloso" per i mercati 2013: elezioni politiche in Italia e "debt ceiling" negli Stati Uniti.
Bene, all'incrocio siamo arrivati e la prima considerazione che posso fare è che c'è molta nebbia che non consente di vedere bene segnaletica e altri veicoli in transito. Come temevo la situazione è complicatissima, e di fatto il paese, al momento, è ingovernabile.
Ai mercati non interessa, alla fine, il colore politico di chi vince. Interessa soltanto che qualcuno vinca. E da noi è accaduto l'esatto opposto. Dunque incertezza. Anche se a giudicare da quello che leggo e vedo mi pare che gli stessi mercati, alla fine, si siano decisi a concederci qualche settimana di tregua, per vedere come andrà a finire. Lo spread è salito, ma non come pensavo. Alla fine 30/40 punti in più non sono moltissimi. Ci può stare. Certo però che la tregua, armata, potrebbe finire da un momento all'altro.
In America, domani, sarà l'ultimo giorno per mettere una pezza al debt ceiling. Come ho scritto il termine non è perentorio; si può ancora traccheggiare, ma l'impressione è che alla fine si procederà a tagliare sulla spesa pubblica per non aumentare il tetto del debito.
Bernanke, capo della Fed, ha annusato l'aria che tira ed ha fatto capire che la Federal Reserve continuerà ad inondare di liquidità il paese. Come a dire che il paracadute c'è. 
Vediamo tra un paio di giorni come va a finire. Stay tuned.


lunedì 25 febbraio 2013

Anche Londra dice addio alla tripla "A"

La notizia era nell'aria da tempo, ma venerdì scorso Moody's, una delle agenzie di ratings più importanti del mondo (insieme a Standard&Poor's e Fitch) ha declassato la qualità del debito inglese di una vocale, portandolo dal livello massimo di affidabilità, espresso con "AAA", al livello "Aa1". Il livello dell'outlook, cioè il giudizio sulle prospettive future, resta invece neutrale.
In Europa, oramai, la tripla A la possono vantare solo Germania,Olanda e Lussemburgo, che hanno però un outlook (una prospettiva) negativo, e la Finlandia, che ha un outlook stabile.
“La persistente debolezza della prospettiva di crescita a medio termine proseguirà anche nella seconda metà del decennio”, scrive Moody’s nel suo rapporto e aggiunge: “Così si creerà un quadro incerto sotto l’aspetto del risanamento del bilancio che si protrarrà anche nella prossima legislatura”. L’austerità del governo di David Cameron è stata così doppiamente bocciata: in primo luogo, perché manca e mancherà la crescita; in secondo luogo, perché il bilancio dello Stato non verrà risanato.
Il deficit è alle stelle: meno 8,3 per cento nel 2012, ed il debito pubblico si appresta ormai a raggiungere e sfondare la soglia del 100% del Pil, dato che anche psicologicamente rappresenta una mazzata di non poco conto. Lo stesso Pil è ancora in calo, seppur lieve, per il 2012: -0,1%. 
Quanto, in particolare, al debito pubblico, la storia di tutti i paesi viene sempre più calcolata con il “debito complessivo”: bisogna aggiungere al debito dello Stato il debito delle famiglie e delle imprese non finanziarie e quello delle imprese finanziarie. Se si fa così, secondo “Il Sole 24 ore”, il Regno Unito con una percentuale del 466 per cento di debito complessivo rispetto al prodotto interno lordo, si classifica subito dopo il Giappone, che ha il 471 per cento, al secondo posto nella temibile hit-parade di maggior debito del mondo: una situazione finanziaria del Paese non proprio invidiabile. Dopo i due paesi-record, vengono, nell’ordine, nettamente staccati, tra i grandi paesi, Spagna (366 per cento), Francia (323 per cento), Italia (315 per cento), Stati Uniti (296 per cento) e Germania(quest’ultima, con un debito complessivo del 285 per cento) .
Insomma, anche chi non ha scelto l'euro, pur scegliendo di stare in Europa, non sta messo per niente bene....










giovedì 21 febbraio 2013

La forza dei numeri!


Il grafico che vedete a fondo post è l'andamento della popolazione cinese negli ultimi 10 anni. Malgrado da diversi lustri sia in vigore in Cina una legge che sostanzialmente impone la procreazione di un solo figlio per nucleo familiare la popolazione continua a crescere ad un ritmo fortissimo. Cinquantasei milioni di persone in più solo nell'ultimo decennio, come se praticamente tutti gli italiani fossero emigrati nella terra della Grande Muraglia. Ora sono ad un miliardo e trecentoquarantaquattromilioni di individui, e se consideriamo che nell'ultimo anno solare sono cresciuti "solo" di 7 milioni ci sarebbe quasi da star contenti.
In realtà il problema è serissimo: un pò perchè sfamare ogni anno 7 milioni di persone in più è un'impresa davvero dura anche per un paese come la Cina ed un pò perchè ragionare su numeri così elevati costringe a dover guardare molto in là nel futuro.
Paradossalmente il governo cinese, notoriamente e storicamente conservatore, e di certo non democratico, a causa di questo dato è costretto ad avere strategie forzatamente "visionarie", non potendo limitarsi a programmi economici e sociali di piccolo cabotaggio, ma dovendo invece necessariamente guardare almeno a 4/5 generazioni più in là.
In piccolo, forse, quello che accadde in Italia nel dopoguerra, con il boom di nascite (ed economico) degli anni '60.
Che ci vogliano tante notti sotto le lenzuola per generare anche da noi una classe dirigente che sa guardare al futuro??.



martedì 19 febbraio 2013

L'arresto dello sviluppo


Il mondo sembra essersi fermato. Almeno il mondo che produce: l'industria tedesca, modello per tutta l'Europa, produce oggi quello che produceva nel 2006. Stesso discorso per gli Stati Uniti (ma qui le prospettive future sono più rosee). 
L'industria francese è tornata ai livelli del 1997, sedici anni fa. Cantieristica e siderurgia sono in fortissima difficoltà, il settore auto è praticamente collassato. Il TGV, il treno a gran velocità, non riesce più ad essere competitivo con i grandi produttori cinesi e coreani.
L'industria spagnola si trova a dover fare i conti con un livello produttivo paragonabile a quello del 1994.
Il nostro livello manifatturiero è addirittura equiparabile a quello del 1986, ben ventisette anni fa!.
Forse è la fine di un mondo basato sul consumismo, sulla produzione sic et simpliciter. Forse è la fine di un modello economico in cui l'unico vero obiettivo era produrre, produrre, produrre. E fare "numeri" sempre maggiori. E utili sempre maggiori....
Forse sta per cominciare un mondo nuovo, in cui si acquisterà solo ciò che serve, in cui gli oggetti malfunzionanti verranno riparati e non buttati per essere ricomprati di nuovo. Un mondo in cui il riciclo diventerà un valore, anche etico. Forse sta per cominciare un mondo in cui tutti faremo un passo indietro. E forse sarà un mondo migliore.




venerdì 15 febbraio 2013

Italia ed eurozona: la crisi continua

Niente da fare. Sembra non esserci fine alla nostra crisi. I numeri sono impietosi. Anche gli ultimi, quelli usciti ieri e che si riferiscono al Pil del 4° trimestre 2012 non lasciano scampo ad interpretazioni: -0,9% rispetto al trimestre precedente e addirittura -2,7% rispetto allo stesso periodo del 2012. Su base annua, per lo scorso anno, la diminuzione del Pil oscillerà intorno al 2,4%-2,7% (il dato uscirà a Marzo). Un tracollo.Sei trimestri consecutivi di calo del Pil ucciderebbero anche la più sana delle economie, figuriamoci la nostra. E per quest'anno è onestamente difficile vedere spiragli di luce. Anche il Pil dell'eurozona è in recessione (-0,6% per l'ultimo trimestre dell'anno rispetto al precedente).
La cosa più inquietante è che tutte le istituzioni economiche e finanziarie, un anno fa, stimavano il 2012 come un anno di ripresa. E poi abbiamo avuto tutto questo.
Ora le previsioni 2013/2014 delle stesse istituzioni sono molto pessimistiche: la Bce parla di crescita zero per l'anno in corso e di un modestissimo 0,1% per 2014(eurozona). Quindi le cose sono due: o le previsioni di questi organismi sono tirate con i dadi oppure il prossimo biennio sarà da lacrime e sangue.



martedì 12 febbraio 2013

Big Mac Index

Il giornale economico "The Economist", nel 1984, tra il serio ed il faceto decise di introdurre un nuovo indice per calcolare la congruità del cambio tra le valute: il "Big Mac Index".
Si, è proprio come pensate: l'indice si riferisce al prezzo di un Big Mac, il celebre panino della Mc Donald's. Il problema nasceva da una considerazione: come può una valuta, ad esempio l'euro, essere più o meno considerata rispetto ad un'altra, ad esempio il dollaro?.
In altre parole, attraverso quali criteri "oggettivi" poteva ritenersi una valuta sopravvalutata o sottovalutata nei confronti di un'altra?. The Economist decise così di creare un indice che fosse il più veritiero possibile. Per far questo pensò al Big Mac, che racchiudeva in se alcuni aspetti economici sorprendenti:
1) E' diffuso in ogni angolo del mondo.
2) Ovunque è composto dagli stessi, identici, ingredienti. Ha la stessa forma e packaging ovunque.
3) Ha un valore "intrinseco" stabile.
4) I rapporti della produzione sono sempre gli stessi.
A questo punto, per calcolare la sopravvalutazione o la sottovalutazione di una valuta rispetto ad un'altra basta dividere il costo di un Big Mac in una nazione (nella sua valuta) per il costo di un Big Mac nell'altra nazione (nella sua valuta).
Questo valore si confronta con il tasso di cambio ufficiale; se è più basso allora la prima valuta è sottovalutata rispetto alla seconda, mentre se è più alto allora la prima valuta è sopravvalutata.
A questo punto, prima di ordinare il nostro Big Mac, la tentazione di conoscere l' "attendibilità" dell'indice è forte e così ho scaricato la tabella dei prezzi 2012.
Come si può vedere, negli Usa un Big Mac costava nel Gennaio del 2012 4,20 $. Nell'area dell'Euro (mediamente) 3,49 €. Quindi una sopravvalutazione dell'euro di circa il 6% ad un tasso di cambio (fissato all' 11 Gennaio 2012, giorno indicato dalla tabella) di 1,27. Moltiplicando 1,27 per il 6% si ottiene un tasso di cambio di 1,3462, cioè praticamente il tasso di cambio attuale!!.
Quindi, stando al Big Mac Index possiamo dire che il cambio euro/dollaro è perfettamente in equilibrio....
A questo punto mi è venuta fame....




venerdì 8 febbraio 2013

Obama contro Standard&Poor's

Alla fine pare che i nodi siano venuti al pettine. Ad oltre 6 anni dall’inizio della grande crisi economica che ha travolto il mondo,esplodendo in America, con un’onda d’urto che ha investito poi l’Europa e l’Asia, si comincia ora  a  chiedere conto al mondo della finanza di quanto accaduto.
A cominciare dalle grandi agenzie di rating, tra le principali responsabili della crisi dei mutui subprime, ovvero della valutazione di massimo credito (tripla A) concessa a titoli risultati poi carta straccia, inducendo innumerevoli investitori privati e istituzionali al loro acquisto.
L’amministrazione Obama ha fatto ora sapere che e' intenzionata a far causa a Standard&Poor’s per aver sopravvalutato quei titoli immobiliari, e che intende chiedere un risarcimento di almeno cinque miliardi di dollari.
A incastrare la piu' importante delle agenzie di rating e' stata una Commissione – la Financial Crisis Inquiry – voluta dallo stesso Obama per indagare sulle eventuali responsabilita' delle agenzie di rating nella creazione della bolla speculativa esplosa nella seconda meta' del 2007, dando avvio alla crisi finanziaria piu' grave dal 1929. In due anni di indagini sono state raccolte prove e testimonianze che dimostrerebbero, a giudizio della Commissione, la diretta responsabilita' di Standard&Poor’s.
Inutile dire che l’agenzia ribadisce invece di avere emesso rating quanto piu' possibile corretti, basandosi sulle informazioni in suo possesso.
Difficile prevedere come andrà a finire, ed in quanto tempo si giungerà ad un verdetto. Però, se l'iniziativa dell'amministrazione Obama non si limiterà ad una semplice operazione mediatica ma andrà veramente a fondo del problema avremo se non altro, da parte delle agenzie di ratings, una maggiore attenzione futura nel momento del rilascio dei loro reports.






martedì 5 febbraio 2013

Il Platino: 2013 anno di svolta?

Ogni giorno, tra i tanti assets di investimento che occorre tenere sotto controllo un posto fondamentale è occupato dalle commodities, o materie prime: oro, petrolio, caffè, alluminio, etc, etc...Tra le commodities il platino è stato nel medio periodo piuttosto stabile, a livello di quotazioni.
Nel grafico che allego a fondo post, tratto sempre da quella miniera di dati che risponde al nome di tradingeconomics.com, c'è l'andamento del platino negli ultimi 3 anni.
Come potete osservare il prezzo ha oscillato sempre intorno ai 1.600 $ l'oncia; prezzo molto simile all'oro. Ma se il metallo giallo in questo squarcio del 2013 non dà l'impressione di aprire un mini ciclo rialzista (a dispetto delle tante previsioni favorevoli anche qui citate), lo stesso non può dirsi del platino, che anzi nel corso del nuovo anno ha messo a segno un rialzo di tutto rispetto: intorno all' 8% in poco più di un mese (nel grafico il rialzo è dato da quella vistosa "candela" di colore verde all'estrema destra). 
Il platino è più raro e tecnicamente più difficile da estrarre rispetto all'oro, ma negli ultimi 3 anni ha avuto una stagnazione nei prezzi dovuta a diversi fattori.
Il più importante è stato il crollo delle vendite di automobili, visto che il platino è fortemente utilizzato nella produzione di marmitte catalitiche. 
In secondo luogo, il mercato dell'oro è più "profondo" e liquido rispetto a quello del platino ed ha una valenza psicologica, in termini di "bene rifugio", nettamente superiore.
Ora però sta emergendo questa forte ripresa dei prezzi, legata soprattutto ai timori di recrudescenze negli scenari politici sudafricani (il Sudafrica è il principale produttore mondiale di platino), che potrebbero portare alla chiusura di una serie di siti estrattivi.
Staremo a vedere....stay tuned!.





venerdì 1 febbraio 2013

Un paese senza disoccupazione?

La disoccupazione, come sappiamo, è uno dei problemi sociali più grandi che ogni paese deve affrontare. Il lavoro è fondamentale per la realizzazione di un essere umano, ed è decisivo per le sorti economiche di una comunità, perchè colui che non riesce a trovare un lavoro diventa anche un costo per quelli che lo hanno. E' quindi di tutta evidenza che ogni paese degno di questo nome dovrebbe mettere in cima alle sue priorità il Lavoro per tutti.
Andando a sfogliare uno dei siti di statistiche economiche più completi in circolazione, se non il più completo, "tradingeconomics.com" (da cui è tratto il grafico a fine topic) ho avuto modo di vedere che il paese praticamente privo di disoccupati, quindi a piena occupazione, è la Cambogia.
Questo paese asiatico ha un tasso di disoccupazione dello 0,2%, praticamente nullo!. 
Di per se il dato è eclatante, perchè veramente basso, anche in considerazione dell'assunto economico in base al quale un tasso di disoccupazione del 4% è considerato "fisiologico" ma rimane invece perfettamente spiegabile in termini macroeconomici, dato che questo paese è al centro del grande ciclo di espansione dei paesi emergenti asiatici. Se aggiungiamo un costo del lavoro irrisorio, una manopera comunque di buon livello, e soprattutto un'età media della popolazione molto giovane il dato diventa sempre più spiegabile.
Se il post vi ha interessato a questo punto dovrebbe già essere montata dentro di voi la curiosità di sapere invece in quale parte del mondo si ha il tasso di disoccupazione più alto in assoluto.
La risposta si trova in Congo, che ha un tasso di disoccupazione di oltre il 50%, peraltro in discesa da due anni a questa parte (era oltre il 60%). Guerre tribali e tutto il resto hanno portato a questo dato.....





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