domenica 23 dicembre 2012

Buon Natale e Buon Anno!

Anche questo blog "chiude" per la pausa natalizia e di fine anno.
Tornerò a tormentarvi dal prossimo Gennaio.
Non mi resta che augurare a tutti un sereno Buon Natale ed un felice 2013.
Gianni.


giovedì 20 dicembre 2012

Reinhart e Rogoff: "Questa volta è diverso"

Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sono due brillanti economisti. Nel 2009 hanno dato alle stampe un bellissimo libro, intitolato "Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria". I due sostengono che nel corso dei secoli gli uomini sono ricaduti sempre nello stesso errore: quello di considerare una fase di crisi economica, che può portare ad uno o più defaults di paesi sovrani, sempre diversa dalle altre, come se ciascuna non fosse mai ripetibile e non avesse niente a che fare con le precedenti. "Questa volta è diverso" appunto!.
Invece secondo Reinhart e Rogoff non solo le crisi sono spesso identiche alle precedenti, per cause scatenanti e sviluppo temporale, ma finiscono colo produrre gli stessi effetti. Malgrado questo...ci ricaschiamo sempre.

Reinhart e Rogoff analizzano nel libro ben 250 casi di default del debito estero sovrano e circa settanta casi di insolvenze sul debito domestico (quello cioè collocato all’interno del paese emittente e denominato nella valuta nazionale); il periodo considerato dagli autori va dal 1800 fino al 2009, anno di pubblicazione del libro, ma la maggior parte dei casi di default si è però verificata nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. 

Le crisi del debito sovrano, osservano Reinhart e Rogoff, hanno caratterizzato nella storia praticamente tutte le economie degli stati nel loro passaggio dalla fase emergente a quella matura: “nel primo periodo di esistenza come stato-nazione, la Francia è andata in default sul debito estero non meno di otto volte (…) La Spagna è andata in default solo sei volte prima del 1800, ma con sette default nel XIX secolo ha superato la Francia”.
Paesi che nel tempo hanno raggiunto una fase matura delle loro economie, non hanno poi più registrato situazioni di default; la Francia, per esempio, “non è mai andata in default nel XIX e nel XX secolo, né (almeno finora) nel XXI”.
Diversa è la situazione degli Stati Uniti, che non hanno mai avuto default del debito sovrano ma crisi bancarie ricorrenti che li hanno talvolta avvicinati al quadro comportamentale tipico delle economie emergenti. 
Ci sono poi secondo gli autori i cosiddetti "insolventi seriali", cioè quei paesi che non onorano periodicamente i loro impegni finanziari. Non solo: spesso gli insolventi seriali non vogliono onorare il debito, pur potendo farlo!.
Gli insolventi seriali, osservano gli autori, tendono  ad andare in default a livelli di indebitamento che sono ben al di sotto della soglia del 60 per cento sul Pil stabilita, per esempio, dal Trattato di Maastricht e considerata una soglia di sicurezza.
Per quanto riguarda la Grecia, argomento quanto mai attuale, Reinhart e Rogoff si esprimono in questi termini: “dal 1800 fino a ben oltre la Seconda guerra mondiale, la Grecia si è trovata in uno stato di continua insolvenza”; “il default della Grecia nel 1826 la escluse dai mercati internazionali dei capitali per cinquantatré anni consecutivi”; e, ancora, “la Grecia (…) ha trascorso in default più della metà del tempo a partire dal 1800”. Questo paese detiene anche un primato, nel comparto delle crisi valutarie: “l’ ‘onore’ della crisi valutaria record non va all’Ungheria (come nel caso dell’inflazione) ma alla Grecia, nel 1944”.
Come dire: "e questa volta sarebbe diverso?".
L’intervallo di tempo che separa un default dall’altro, nel medesimo paese, può essere anche di decenni: il Venezuela, che ha il primato del maggior numero di default, “con dieci episodi da quando ha conseguito l’indipendenza, nel 1830, fa registrare pur sempre un intervallo medio di diciotto anni tra un default e l’altro”.
Va anche detto, per completezza, che ci sono paesi che non sono mai andati in default, come quelli scandinavi, il Belgio, i Paesi Bassi, Hong Kong, Singapore, Taiwan, Australia, Nuova Zelanda, Canada, ecc.; impossibile invece trovarne che non abbiano mai avuto crisi bancarie.
Quali conclusioni si possono trarre dal libro di Reinhart e Rogoff?
Prima di tutto, che l’idea secondo cui gli stati sovrani fanno sempre e comunque fronte agli impegni finanziari presi, rimborsando puntualmente alla scadenza il valore nominale dei titoli emessi, è contraddetta dalla storia reale, che evidenzia al contrario come in molte situazioni gli stati non abbiano fatto fronte ai loro impegni, in tutto o in parte. Il default di un debito pubblico non è perciò un evento così eccezionale, semmai è la memoria corta degli investitori che non ricorda quanto è accaduto nel passato. Ma la seconda conclusione è anche che, talvolta, i default vanno evitati ed i salvataggi vanno effettuati, perché il costo del mancato salvataggio può essere ben superiore a quello, pure alto, che bisogna sostenere per evitare il default. 




martedì 18 dicembre 2012

Previsioni 2013: Edouard Carmignac

Chiudo la serie di posts dedicati alle previsioni per il nuovo anno con le indicazioni- scarne in verità, almeno per il momento- che fornisce Edouard Carmignac nel suo editoriale di poco più di un mese fa.
Il fondatore dell'omonima boutique d'investimento, la Carmignac Gestion, con sede in una delle più esclusive e belle piazze di Parigi, Place Vendome, non è un personaggio qualunque: è colui il quale, nel 2008, riuscì a non far perdere, in un anno tremendo, neanche un euro ai sottoscrittori del suo fondo Carmignac Patrimoine. Nel 2009 fu tra i primissimi al mondo a ricomprare azionario quando lo stesso veniva venduto a prezzi da mercatino delle pulci: narra la leggenda che il 9 Marzo del 2009, il giorno in cui ci fu l'inversione del trend ribassista sui mercati azionari di tutto il mondo, E.C., in visita in Cina, comunicò al suo staff che era giunto il momento di ricomprare. Non so dire se sia solo leggenda o meno, di certo l'anno solare 2009 il C.P. portò a casa quasi il 18%.
Edouard Carmignac, grande collezionista di opere d'arte contemporanee e giocatore di polo avverte che il 2013 potrebbe essere un buon anno per l'azionario. Uno dei problemi più dirompenti che i mercati globali hanno affrontato nel 2012 è stato l'euro e la crisi dei "pigs" del vecchio continente: secondo Carmignac Mario Draghi ha fatto un eccellente lavoro ed ora, scrive nel suo editoriale, "il rischio sistemico, connesso alla possibile implosione dell'area, si allontana e l'orizzonte di investimento industriale e finanziario si schiarisce. Il premio al rischio, che penalizza l'insieme degli assets rischiosi dall'inizio della crisi greca va riducendosi, favorendo i portafogli azionari, mentre la contrazione dell'attività europea spinge i risparmi verso investimenti prudenti con rendimento spesso negativo, al netto della tassazione e dell'inflazione".
Parola di Edouard....


venerdì 14 dicembre 2012

Previsioni 2013: Bill Gross

William (Bill) Gross è il fondatore di PIMCO (Pacific Investment Management Company), casa d' investimento leader a livello mondiale nella gestione obbligazionaria attiva. Non a caso ribattezzata " The authority on Bonds".
Morningstar  ha premiato Bill Gross per ben 3 anni come miglior gestore obbligazionario del mondo. E che gestore, quello del più grande fondo obbligazionario in circolazione, il mitico "Total Return Bond".
Gross da almeno tre anni ha una visione scettica del mondo. I suoi prodotti vanno alla grandissima, con rendimenti annui a due cifre, ma Bill e Mohamed El-Erian, corresponsabile degli investimenti di PIMCO, continuano a pronunciare, come un mantra, le stesse due parole: "Nuova Normalità". In poche parole, un nuovo modo di concepire il mondo: crescita del pil non maggiore dell'1/2% annuo, ritorno ad uno stile di vita sobrio, ripudio della crescita fatta con il debito, conseguente necessità di sgonfiare il credito concesso (delevaraging), tassi bassi e rendimenti reali negativi.
Meno consumi, meno reddito, meno spese correnti: dopo anni di vacche grasse per Bill e soci ci aspettano molti anni (oltre agli ultimi già vissuti) di vacche magre, quasi scheletriche!. Quanti?. Nel suo investment outlook di Dicembre 2012 Gross parla di almeno altri dieci anni...
Certo, ci sono anche fattori positivi che potrebbero contrastare la Nuova Normalità: l'autonomia energetica totale degli USA attraverso lo sfruttamento massiccio di gas naturale porterà ad un calo del prezzo delle materie prime, così come la ripresa dell'edilizia residenziale potrebbe avviare un ciclo produttivo vigoroso. Ma di fatto, se anche la crescita fosse contenuta in un range annuale del 2% sarebbe poca cosa rispetto agli anni d'oro durante i quali si correva ad oltre il 4%.
Comunque, sempre nel suo outlook di Dicembre 2012 il buon vecchio Bill fa l'elenco della spesa.
Per lui i settori "IN" saranno:
Greggio e Oro
Titoli di stato americani indicizzati all'inflazione
Obbligazioni municipali di qualità elevata
Azionari emergenti non denominati in dollari
Settori "OUT":
Bond pluriennali dei paesi sviluppati in Usa, UK, Germania
Obbligazioni ad alto rendimento 
Azioni di banche ed assicurazioni
Parola di Bill.





mercoledì 12 dicembre 2012

Previsioni 2013: George Soros

Il 16 Settembre del 1992, nella compassata piazza finanziaria di Londra, arrivò un ordine di vendita allo scoperto di 10 miliardi di sterline. Un ungherese di nome George Soros, dall'infanzia piuttosto complicata, aveva deciso che si, si poteva fare: costringere l'Inghilterra ad uscire dallo SME (il sistema concordato di cambi tra le monete d'Europa vigente allora) con conseguente svalutazione della sterlina. La manovra gli rese qualcosa come 1,1 miliardi di dollari. 
Del resto, già allora Soros non era uno qualsiasi. Nel 1970 fondò il suo "Quantum Fund"  e per ben 10 anni riuscì ad ottenere dai suoi investimenti, per la gioia dei suoi clienti, un ritorno medio di oltre il 40% all'anno!.
Oggi Soros con i suoi 82 anni è un arzillo vecchietto, ha riposto la sua vena speculativa e si limita a grandi progetti filantropici, ma non disdegna di dire la sua sul futuro del mondo e della finanza.
C'è solo una parola per G.S. per il 2013: Oro.
La motivazione è semplice, quasi stupida: le azioni non convenzionali delle banche centrali stanno pompando denaro a palate sui mercati. Più denaro circola meno valore ha. Meno valore significa più carta straccia. Dunque...oro!.
Sull'azionario da preferire i settori farmaceutico e assicurativo, tanto che il suo fondo ha in portafoglio come primo titolo American International Group e come secondo Johnson&Johnson.









lunedì 10 dicembre 2012

Previsioni 2013: Warren Buffett

Warren Buffett è uno dei pochi uomini ad essere leggenda prima ancora di essere morto. Soprannominato "l'Oracolo di Omaha" (sua città natale), Buffett, classe 1930, è attualmente il terzo uomo più ricco del mondo. Le sue fortune sono quasi tutte di origine finanziaria: Buffett non è un imprenditore nel senso più stretto del termine. Non costruisce, non produce, non fornisce servizi. Buffett investe, e qualche volta specula. Più correttamente lo giudicherei un investitore lucidissimo, dai tempi lunghi e dal cuore freddo. Celebre una sua frase che spiega molto del suo modo di agire sui mercati: "Anche se compri un titolo che vuoi tenere solo 5 minuti compralo come se dovessi tenerlo tutta la vita". La leggenda vuole che già da ragazzino investisse in borsa e fosse un accanito lettore di riviste del settore; di certo dopo la laurea comincia a gestire soldi (quasi per scherzo) dei suoi amici e parenti. Poi lavora per qualche anno in una casa di investimenti. Si fa le ossa e poi la lascia per fondare la sua "Berkshire Hathaway": quest'ultima ad oggi è il più grande riassicuratore mondiale dopo Swiss Re e Munich Re. Contemporaneamente gestisce i suoi soldi personali investendo in tutto lo scibile conosciuto, ma ottiene le sue più grandi fortune comprando negli anni '80 azioni di società di caratura mondiale, come Coca Cola.
A Buffett piacciono i titoli solidi e con molto cash: tecnologici e servizi lo attraggono poco (ed infatti scampò alla bolla del Nasdaq del 2000).
Per il 2013 Buffett è moderatamente bullish, specialmente per il settore immobiliare americano, indotto compreso. Benino quindi l'azionario, con i bancari ancora buoni da comprare anche se con moderazione. WB non fornisce stime su livelli di approdo degli indici, ma si limita a sostenere che il Fiscal Cliff non sarà un problema, comunque vada a finire, e che  i segnali di una forte ripresa sono dietro l'angolo. Critico invece sull'obbligazionario "investment grade", anche a causa dei continui Quantitative Easing della Fed, che ritiene a lungo termine molto pericolosi.
Parola di Warren....


giovedì 6 dicembre 2012

Previsioni 2013: Jim Rogers


A pochi giorni dal nuovo anno cominciano ad uscire, per quello che valgono (cioè molto poco), le previsioni per i mercati azionari ed obbligazionari 2013. Le previsioni vengono rilasciate da un pò tutti: economisti, case di investimento, banche d'affari, etc.. Una categoria curiosa è però quella dei cosiddetti "guru di borsa": personaggi, a volte eccentrici, che hanno dimostrato in tantissimi anni di "lotta sul campo" di saper cogliere al volo le tendenze dei mercati. Ovviamente sono tutti ricchissimi ed a volte hanno sbagliato clamorosamente, ma in effetti è impressionante constatare che quasi sempre sono stati dalla parte giusta del mercato. Tra di loro ci sono nomi come Warren Buffett, George Soros, Bill Gross (fondatore della casa di investimento Pimco e gestore del più grande fondo obbligazionario del mondo, il "Pimco Total Return Bond"), Edouard Carmignac (gestore dell'omonima casa di investimento e gestore del mitico "Carmignac Investissement") e molti altri.
Con questo post ne vorrei inaugurare una serie per raccontarvi cosa pensano questi autorevoli operatori di mercato e opinion leaders per il 2013.
Comincio da Jim Rogers, forse il più eccentrico della "categoria". Eccentrico perchè scontrosissimo, ai limiti della maleducazione, con visioni spesso contrarian e incapace di un minimo di diplomazia. Ed immancabilmente con indosso il suo farfallino!.
Ebbene, Jim Rogers è molto ottimista per i mercati azionari 2013. Soprattutto per quelli emergenti. In particolar modo è molto bullish (fortemente rialzista) sul mercato russo. In una intervista riportata ad "Index Universe"  Rogers ha spiegato che crede molto nel nuovo piano varato da Vladimir Putin per attrarre capitali stranieri. Inoltre, è molto positivo riguardo ai nuovi piani russi sulle infrastrutture, che dovrebbero generare nuove traiettorie per i commerci internazionali. 
Bene per Rogers anche l'azionario legato all'agricoltura, con le materie prime come lo zucchero, in calo del 75 per cento dai picchi massimi, anche a causa del fatto che il consumo delle scorte è ai massimi livelli e la produzione non sarà in grado di reggere alla lunga una popolazione mondiale in perenne crescita. Come anche un altro punto di vista sottovalutato: la mancanza di agricoltori, con un’età media di 66 anni. Il rischio più immediato? Carenza di cibo e rialzo dei prezzi.
Molto negativa è invece la sua view sull'obbligazionario americano: tassi artificialmente bassi e debito pubblico sui massimi non tranquillizzano.
Bene anche la Cina, seppure in un contesto di grande attenzione, e l'argento come bene rifugio. Argento meglio dell' oro, ormai bene troppo soggetto alla speculazione e quindi soggetto a fortissime variazioni di prezzo (effettivamente l'oro dovrebbe servire all'esatto contrario...).
Per il resto, ancora lontani dall'Europa e neutralità nel resto del mondo.
Parola di Jim...











martedì 4 dicembre 2012

Oro di Stato

Sul lato destro del blog, piuttosto in basso a dir la verità, compare una classifica dei paesi che detengono più oro al mondo. L'Italia è al quarto posto. Posizione rispettabilissima, dietro solo a Stati Uniti, Cina e Germania (nel riquadro al quarto posto risulta il Fondo Monetario Internazionale, che naturalmente non fa testo).
Siamo un paese che ha circa 2400 tonnellate di oro nei forzieri della Banca d'Italia (per la verità c'è un certo mistero di dove sia fisicamente; certamente, in parte, è anche nei forzieri di altri paesi, come gli Stati Uniti). Niente male. Eppure, abbiamo il terzo debito pubblico più grande del mondo. Come se una famiglia avesse in casa una cassaforte stracolma di gioielli e altri preziosi e contemporaneamente tanti debiti (per aver acquistato una casa, dei mobili, auto, etc...).
La domanda che mi sento rivolgere spesso quando mi capita di affrontare questo argomento è semplice e scontata: "perchè non vendiamo l'oro dello Stato per pagare una parte dei nostri debiti?". In fondo, non si dice sempre che si risparmia per spendere quando serve?. Perchè fare sacrifici pesanti invece di mettere mano al forziere e vendere al miglior offerente?.  Questa domanda se la sono fatta molte volte anche diversi Presidenti del Consiglio, come Romano Prodi, che era a favore di una vendita controllata.
Io sono fortemente contrario.
Premesso che non è possibile vendere l'oro in quantità discrezionali, perchè precisi accordi internazionali impongono ad ogni paese di non vendere riserve d'oro superiori all' 1% annuo del proprio totale (questo per non generare alterazioni forzate dei prezzi), la motivazione di fondo che sostengo è che l'oro dello Stato è la più grande garanzia che possiamo dare al mercato internazionale obbligazionario.
In altre parole, il nostro oro è l' "ultima" "certezza del credito" che possiamo dare agli investitori internazionali che comprano i nostri Titoli di Stato. Sapere che un paese come l'Italia ha si il terzo debito pubblico più grande del mondo ma è contemporaneamente al quarto posto nella classifica dei paesi più ricchi d'oro è una garanzia non indifferente sulla solvibilità del paese stesso e delle sue emissioni obbligazionarie. 
Una specie di fidejussione. Ed il fatto che quell'oro è lì rappresenta anche un valido strumento, a lungo termine, sul controllo dello spread. Pensate dove saremmo se non avessimo quell'oro e solo tanto debito. 
Quindi: si all'oro di Stato, "ni" all'oro fisico per i privati. Perchè questa dicotomia?. Ne parlerò in un altro apposito post....


sabato 1 dicembre 2012

Terra!

Da qualche tempo l'industria del risparmio gestito ha lanciato una serie di fondi comuni di investimento specializzati nel più tradizionale degli "averi": la terra da coltivare. L'idea di fondo che ha spinto molti players del settore a credere in questo asset risiede in una serie di considerazioni, alcune delle quali oggettivamente incontestabili, come quella che la terra da adibire ad uso agricolo non è infinita, anzi tende a diminuire, soppiantata, di anno in anno, dalla cementificazione. 
Anche a me questo asset convince molto, ma sono per investirci attraverso fondi comuni o comparti di sicav: comprare fisicamente terra da agricoltura comporta conoscenze tecniche non indifferenti (ogni terreno ha la sua "resa" ed è fondamentale capire se il terreno che si acquista ha i requisiti giusti, come sapere se nei dintorni ci sono fonti di approvvigionamento di acqua, ad esempio). Inoltre, richiede un impegno temporale (per la messa a rendita) inconciliabile con qualsiasi altra professione che non sia quella dell'agricoltore.
Ci sono poi altre considerazioni a favore di questo asset. La Cina ha da poco dato il via libera per il secondo figlio e nel mondo nascono ogni giorno 200.000 bambini. Ognuno di loro rappresenta una bocca da sfamare e un fabbisogno nutrizionale di almeno 1350 calorie, nel migliore dei casi. Certo, nel mondo ogni giorno si muore anche, ma ad oggi la variazione nati/morti è nettamente a favore dei primi. 
Durante lo svolgersi delle umane vicende, la popolazione umana è stata soggetta alle normali leggi di natura che ne guidavano i flussi. Se poi a queste si aggiungevano guerre e carestie, pestilenze e malattie di varia natura si capisce come gli esseri umani, fino a 200 anni fa, non costituissero nessuna minaccia per il Pianeta.
Un limite che è stato oltrepassato (per fortuna di molti) grazie allo sviluppo scientifico e tecnologico. Purtroppo, però, un elemento estremamente positivo come il progresso, è stato sfruttato all’estremo. Troppo.
40 anni fa, il tasso medio di crescita della produzione agricola per ettaro era del 3,5% l'anno in corrispondenza di una crescita della popolazione del 2%. Oggi, invece, la resa agricola è scesa dell‘1,5%, anche a causa della desertificazione, dell’impoverimento della terra che rende sempre di meno in quanto tendenzialmente sterile o sfruttata per la costruzione di nuove case o infrastrutture.Non solo, ma anche lo sfruttamento dell'ingegneria genetica non sta dando i risultati sperati, sia per quanto riguarda l'uso di fertilizzanti chimici (che tendono a peggiorare la situazione), sia per le coltivazioni transgeniche che, a differenza di quanto previsto, vengono attaccate lo stesso dai parassiti che in realtà avrebbero dovuto evitare. Questo per un motivo molto semplice: gli insetti hanno altissime capacità di adattamento e una capacità riproduttiva molto alta unita a una vita breve. Il risultato che si ottiene da ciò è che nel giro di poche generazioni (che in età umana corrispondono a poco più di un decennio) il loro metabolismo si è già abituato a difendersi dal gene nemico e sono dunque capaci di infestare nuovamente la coltivazione. Coltivazione creata per lo più da sementi sterili perchè bloccate dal brevetto delle multinazionali come la Monsanto. Il progetto base è quello di vendere ai produttori semi transgenici sterili in modo da costringerli, una volta terminato il ciclo vitale della pianta con la raccolta, a ricomprare le sementi dal produttore, proprio perchè impossibile ricavarne di nuovi dalla pianta stessa come si è sempre fatto per millenni.











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