giovedì 29 novembre 2012

La storia (triste) del Long Term Capital Management


Ho 44 anni. Non sono ancora anziano, ma, ahimè, neanche più un ragazzo. Però l'avanzare dell'età consegna a tutti un dono: la memoria storica. Ed io la brutta storia del Long Term Capital Management me la ricordo bene. Già allora mi occupavo di finanza ed investimenti, e per mia fortuna mai mi passò per la testa di consigliare un tale ordigno bellico. Un'atomica della finanza.
Il Long Term Capital Management (LTCM) era un hedge fund e fu fondato addirittura da due premi nobel per l'economia: Robert Merton e Myron Scholes. Insieme a loro John Meriwether, all'epoca vice presidente di Salomon Brothers. Un hedge fund è un fondo di investimento che opera "a leva", cioè attraverso lo strumento dei derivati. Di per sè questi ultimi hanno una loro utilità, ma, come per la reazione nucleare, posso essere usati per produrre energia o per fabbricare bombe atomiche.
l' LTCM usava i derivati per speculare, non per difendersi dall'apertura di posizioni rischiose. Per carità, fu un antesignano, perchè poi tantissimi seguirono, e seguono ancora, la sua strada. Ma siccome fu praticamente il primo fu anche un pioniere nel campo, e non conoscendo anticipatamente i rischi, dopo soli 4 anni fece bancarotta e ridusse in cenere qualcosa come 4,6 miliardi di $.
Trovare il denaro per un fondo gestito da dei premi Nobel non fu certo un problema per cui l’hedge iniziò la propria attività con l’ingente capitale di 1.011.060.243 dollari. Inizialmente il successo fu enorme, con ritorni dell’ordine del 40% su base annua, ma nel 1998, a causa della crisi russa non prevista dal modello, il fondo perse oltre 4,6 miliardi di dollari in meno di quattro mesi, mostrando al mondo l’importanza della previsione delle perdite più che dei profitti.
La sfortuna ci mise decisamente lo zampino. Le possibilità statistiche di una crisi come quella che avvenne in Russia erano infinitesimali, ma va ricordato che la strategia di fondo era quella di ottenere un piccolo guadagno altamente probabile a fronte di una grande perdita altamente improbabile. Non si tenne conto dell'irrazionalità del mercato (ricordate l'Overconfidence?).
Con il crac dell’Ltcm, Merrill Lynch perse 1.400 milioni di dollari, la svizzera Ubs (prima banca d’Europa) 770 milioni e molte altre banche internazionali (tra cui le tedesche Dresdner e Deutche Bank, la francese Paribas, l’inglese Barclays, la giapponese Sumitomo, l’americana Citycorp e altre) subirono perdite enormi.
Il 23 settembre 1998 le principali banche d’investimento e la Federal Reserve furono costrette ad intervenire per evitare una crisi finanziaria internazionale dagli effetti scarsamente prevedibili. I debiti vennero pagati in cambio del 90% delle azioni del fondo e dell’istituzione di una supervisione di controllo. I contributi furono i seguenti:
Le perdite di 4,6 miliardi di dollari erano così composte:
• 1,6 miliardi in swaps; 
• 1,3 miliardi in equity volatility; 
• 430 milioni sul mercato russo e su altri mercati emergenti;
• 371 milioni in directional trades nei paesi industrializzati; 
• 215 milioni in yield curve arbitrage; 
• 203 milioni nel trading in azioni dello S&P 500; 
• 100 milioni in arbitraggio su “obbligazioni spazzatura” (junk bond).
Il Long Term Capital Management chiuse i battenti nel 2000, quasi di soppiatto, in silenzio. Pare che il milione di dollari a testa che i due premi nobel ricevettero per il prestigioso premio non sia mai stato restituito...








mercoledì 28 novembre 2012

Argentina: tagliato il rating di cinque gradini

Lo avevo scritto due giorni fa. Oggi è accaduto. Fitch ha tagliato il rating dell'Argentina di cinque gradini (una enormità) portandolo da "B" a "CC": un solo altro gradino ( "CCC") e scatterà  il giudizio "Junk Bond" (titoli spazzatura). Fitch ritiene "probabile" un default sui pagamenti. La decisione era attesa. L'Argentina ha presentato ricorso ma entro il prossimo 15 Dicembre la mannaia del giudice Griesa potrebbe abbattersi sul paese delle pampas. Che tra l'altro vive una fase di profonda recessione, con inflazione e valuta debole. Stay tuned.


martedì 27 novembre 2012

L'Irlanda alza la testa

Nel mio post dell' 11 Ottobre scorso ("La cura ucciderà il malato?") mi chiedevo chi, tra Usa ed Europa, avesse scelto la strada migliore per combattere questa pesantissima recessione che ci avvolge ormai da 4 anni. Da un lato il modello americano, fatto di disavanzo, tagli alla spesa ma nessun aumento delle tasse, ed anzi una politica economica super accomodante da parte della Fed. Dall'altro il modello scelto dall'Unione Europea: rientri draconiani dai debiti pubblici, tagli alla spesa ma soprattutto repressione fiscale, con aumenti generalizzati sulle imposte e sulle tasse.
Ebbene, tra i grandi malati d'Occidente, l'Irlanda, ad un controllo medico di routine, sembra stare meglio. Mi verrebbe da dire....molto meglio!. Per carità, siamo ancora all'inizio di un lunghissimo percorso di convalescenza, ma quello che sembrava tra i maggiori candidati al trapasso economico, dopo ferocissime (purtroppo) cure sembra dare ottimi segnali di recupero.
Vediamo:
1) I bond irlandesi a 9 anni hanno rendimenti in picchiata. Un calo deciso. Dal 15% ed oltre di Luglio 2011 all'attuale 4,5% circa (si veda il grafico a fondo post). Un tasso praticamente pre crisi. Questo significa meno deficit, rifinanziamento più agevole, meno interessi da pagare sul debito.
2) di conseguenza, anche il costo per assicurarsi contro il default (CDS) irlandese è crollato: da oltre 700 punti base ad appena 200.
3) L'Irlanda ha ripreso a finanziarsi con regolarità sul mercato internazionale, a tassi "umani".
4) Fitch, una delle tante odiate società di ratings, ha fiutato l'aria ed ha deciso, pur tenendo stabile il rating, di modificare l'outlook (la "previsione") da negativa a stabile.
5) Cominciano a tornare capitale stranieri in cerca di investimenti.
Certo, come detto, la strada è lunghissima, ma questi sembrano essere dati che perlomeno forniscono qualche speranza. Una piccolissima, ma visibile, luce in fondo al tunnel.






lunedì 26 novembre 2012

Argentina a rischio di un nuovo default?

Undici anni fa l'Argentina alzava bandiera bianca e dichiarava default, fallimento. Il governo decise sostanzialmente di ripudiare il suo debito e si rifiutò di pagare tutti gli obbligazionisti, cioè i sottoscrittori dei suoi titoli di Stato. In un colpo solo, milioni di famiglie sparse per il mondo (molte decine di migliaia anche quelle italiane, malamente consigliate dalle nostrane banche), si ritrovarono con in mano un pugno di mosche, e videro i loro sudati risparmi investiti nel paese delle pampas ridotti a poco più di carta straccia.
All'epoca, dopo anni di trattative, il governo argentino ristrutturò il proprio debito, offrendo per quella stessa carta straccia non più del 20/30% del suo valore nominale. Il discorso fu un pò di questo tipo: "Ti dovevo 100, ora o ti accontenti di 20 oppure fammi causa (per citare il grande Totò)". Quasi tutti, obtorto collo, accettarono. Intentare una causa internazionale ad uno stato sovrano da parte di un cittadino di Belluno (tanto per dire) non è proprio semplicissimo.
Ma negli Stati Uniti hanno la testa molto più dura, e certi sgarbi non li dimenticano. Specie un paio di fondi di investimento americani, come Nml Capital, che allora scelsero una strada diversa: quella, appunto, di portare in giudizio l'Argentina. Dopo anni di battaglie legali ieri un giudice del tribunale federale di New York, Thomas Griesa, ha ordinato a Buenos Aires di risarcire anche i proprietari di obbligazioni che non hanno aderito alla ristrutturazione del debito dopo il default del 2001. Griesa ha stabilito inoltre che finchè il Governo argentino non avrà adempiuto ai suoi obblighi non potrà pagare gli interessi ai proprietari delle obbligazioni ristrutturate. Il Paese rischia quindi un nuovo default tecnico a meno che non riesca a vincere in appello. I mercati hanno reagito molto negativamente alla sentenza di Griesa. I rendimenti dei titoli di Stato argentini hanno registrato un forte aumento. I CDS(credit default swaps) a cinque anni hanno superato 2.400 punti base e raggiunto i massimi livelli dal maggio del 2009. L'indice azionario Merval ha perso il 3,3%. Il Paese si trova così sull'orlo di un nuovo potenziale default tecnico da 24 miliardi di dollari sul debito emesso nei concambi del 2005 e del 2010.
Il Governo di Buenos Aires non l'ha presa bene, e Cristina Kirchner, che già in passato aveva assicurato "che non avrebbe pagato un dollaro ai fondi avvoltoi" sembra determinata a rigettare anche questa decisione. Il problema però è che rifiuti di questo tipo isolano completamente il paese da ogni forma di finanziamento internazionale e dal mercato del credito, precipitandolo, come è stato l'ultima volta, indietro nel tempo di almeno 200 anni.

L'Argentina è all'angolo, anche perchè entro la fine dell'anno dovrà rimborsare 4 mld di $. Il caso sta passando in sordina su tutti i media occidentali, ma potrebbe costituire un pericoloso precedente anche per altre ristrutturazioni, compresa quella greca.







venerdì 23 novembre 2012

Il Dragone mostra i muscoli


In questi anni di profonda crisi economica, con interi continenti in recessione od in crescita a dir poco moderata la Cina ha sempre rappresentato in questo senso un'oasi felice, con tassi di crescita che negli ultimi tre decenni sono quasi sempre stati a doppia cifra. Negli ultimi due anni, però, anche a causa delle difficoltà dell'economia cinese a crescere sul fronte dei consumi interni, c'era stato un "vistoso" (si fa per dire...) rallentamento: pil in crescita nel 2011 intorno al 7% e soprattutto una insidiosa e subdola bolla immobiliare, con i prezzi delle abitazioni nelle grandi metropoli in feroce aumento, ovviamente a causa delle imponenti migrazioni di milioni e milioni di abitanti dalle campagne alle città.
La Banca Centrale Cinese è stata in questo periodo estremamente reattiva nel dosare di volta in volta la giusta medicina, passando da strette monetarie a politiche decisamente espansive. Ora, con un 2012 che si appresta a chiudere con un Pil in rialzo del 7,5% circa (che per i ritmi cinesi rappresenta un anno sostanzialmente deludente), il dato uscito stamane sull'indice manufatturiero delle piccole e medie imprese, di nuovo sopra 50, lascia ben sperare per un 2013 molto più robusto e proficuo.
La svolta economica arriva in un momento cruciale anche per la vita politica , con il Partito comunista cinese che la scorsa settimana ha visto la transizione per la leadership, dopo un potere decennale. Il nuovo corso dei vertici promette, secondo gli analisti, nuove prospettive di crescita anche grazie a potenziali riforme, seppur minime, per la liberalizzazione del mercato. Ma soprattutto il nuovo leader, Xi Jinping ha fissato il nuovo obiettivo economico: raddoppiare entro il 2020 il Pil basandosi non più sullo sfruttamento del lavoro intensivo, bensì sull'aumento della domanda interna aiutata da riforme che migliorino la distribuzione della ricchezza del Paese.
Staremo a vedere, di certo l'unico locomotore ancora in grado di trainare l'economia mondiale è dipinto di giallo.





mercoledì 21 novembre 2012

Spagna: residenza se compri casa

Che la crisi sia durissima e certamente ben lontana dall'essere superata era noto. Come pure l'enorme debito pubblico di tanti paesi industrializzati in giro per il mondo. Ma che si arrivasse a concedere la residenza in cambio di denaro, perchè sostanzialmente di questo si tratta, non si aveva ancora notizia.
La Spagna ha costruito tutto o quasi il suo boom economico degli anni novanta sull'edilizia, cementificando completamente il paese e concentrando l'attività sulle costruzioni residenziali. Oggi ha 1 milione di case invendute: un vero dramma, che ha avuto conseguenze devastanti sull'economia iberica. Il settore edile ha trascinato nel baratro tutto l'indotto e non solo, visto che molte banche spagnole sono in grossa difficoltà anche a causa dei crediti incagliati che hanno nei confronti di questo settore.
Fatto sta che è molto facile girare il paese e vedere interi condomini vuoti, tappezzati da cartelli "vendesi": oggi in Spagna un appartamento dignitoso da 100 mq in una media città può essere acquistato anche a 50.000,00 €.
Il governo di Mariano Rajoy ha così pensato al coniglio nel cilindro: concedere il permesso di residenza agli stranieri che acquisteranno una casa in Spagna per un importo pari o superiore ai 160.000,00 €.
La misura, allo studio dell’esecutivo, è stata anticipata dal segretario di Stato per il commercio, Jaime Garcia Legaz, in una colazione informativa a Madrid.
Legaz ha assicurato che l’iniziativa è diretta soprattutto ai mercati russo e cinese, che già riscontrano "una domanda importante di alloggi in Spagna” e che il cambio normativo sarà esecutivo ”nelle prossime settimane”.
Personalmente non so dire se la misura avrà successo: il prezzo minimo dei 160.000,00 € mi pare comunque impegnativo: se l'obiettivo è quello di far entrare russi e cinesi ricchi la cifra è bassa; se invece si punta a massicce vendite di case (aprendo quindi alle fasce medie delle popolazioni occidentali) il prezzo mi sembra piuttosto alto. Di certo il sapore di questa misura è quello del gas. Di chi si attacca alla canna del gas.







martedì 20 novembre 2012

Finanza Comportamentale: l'Overconfidence

Un altro bias che evidenzia la finanza comportamentale, dopo quello dell'istinto gregario di cui ho parlato diversi posts fa, è la cosiddetta overconfidence, e cioè un eccesso di fiducia nelle nostre conoscenze e capacità.
Se a partire dagli anni ’50 i modelli della finanza erano andati condensandosi in astrazioni dense di calcoli matematici, costruite attorno a degli agenti umani di cui si presupponeva la perfetta razionalità,  con l’avvento della finanza comportamentale si sono fatti largo – per la prima volta – degli studi empirici da cui è stato possibile determinare come i nostri processi decisionali, in condizioni d’incertezza, siano popolati di sistematici errori.
Spesso, dunque, sbagliamo. E ciò accade perché le nostre informazioni sono incomplete e la nostra razionalità è influenzata dalle emozioni.
Tendiamo naturalmente a credere di sapere cose che invece non sappiamo affatto, e ad attribuirci competenze e capacità superiori a quelle di cui effettivamente disponiamo.
E' la “trappola della sicumera” o “baldanza cognitiva”, un difetto di giudizio in cui tendiamo sistematicamente a incorrere per overconfidence, o eccesso di fiducia in noi stessi.
Nel mondo degli investimenti  la “baldanza cognitiva” è causa di una serie di problematiche che sono state sintetizzate essenzialmente in tre grandi aree di criticità.
1)L’eccesso di fiducia nella correttezza di una scelta di investimento spinge a ignorare le informazioni negative che dovrebbero normalmente fungere da segnali d’allarme. L’investitore overconfident, quindi, tende a soffermarsi solo sulle evidenze che confermano la bontà delle sue decisioni e a ignorare le evidenze contrarie. Così facendo, si espone al rischio di esiti negativi o persino catastrofici e viene meno al sacro principio dell'autocritica.
2) L’investitore overconfident trascura le risultanze del passato e tende sistematicamente a sottostimare i rischi presenti nei mercati. Le ricorrenti crisi lo colgono impreparato.
3) La generale tendenza a sottostimare il rischio si evidenzia anche a livello di portafoglio. L’investitore troppo fiducioso in se stesso non si prende in genere cura di mettere in atto un’adeguata diversificazione, con il risultato di concentrare troppo in determinati asset i suoi investimenti.
Nel 1993, due premi nobel per l'economia ed un grande gestore obbligazionario costituirono l' LTCM (sulla cui storia prima o poi scriverò un apposito post), l' "hedge fund dei geni", come venne ribattezzato. Per quattro anni ottennero performances eccezionali, con rendimenti medi del 40% e volatilità estremamente bassa.
Poi, nell'estate del  1998, in appena cinque settimane, il fondo collassò miseramente per una serie di scelte folli. Overconfidence.....




lunedì 19 novembre 2012

Quando si tira lo sciacquone!

Sui mercati finanziari la gergalità è di casa e molti termini di uso domestico sono ripresi per esprimere sentimenti o concetti molto semplici.
Uno di questi è il "washout", in italiano lo sciacquone. SI, proprio quello che ognuno di voi manovra giornalmente nel suo bagno di casa. In gergo finanziario il washout esprime una seduta o più sedute di borsa in cui regna assoluto il panico: tutti vendono indistintamente e "scaricano" letteralmente i titoli in portafoglio a qualsiasi costo. Una sciacquata e passa tutto. Oggi propongo un grafico che mette a confronto l'andamento, negli ultimi 5 anni (quindi un lasso di tempo considerevolmente lungo, e quindi piuttosto attendibile), di alcuni titoli azionari americani quotati a Wall Street.
Sei titoli per sei settori diversi. Ognuno dei titoli è tra i principali protagonisti del proprio settore merceologico: Google per la tecnologia, Pfizer per il farmaceutico, Goldcorp per il settore aurifero, Anadarko per il settore petrolifero, Louis Vuitton per il settore del lusso, Nestlè per l'alimentare. Sono tutte "blue chips" come si dice in gergo, cioè titoli a grandissima capitalizzazione: i colossi delle borse; in questo caso i colossi tra i colossi, perchè tutte quotate sulla più grande borsa del mondo, che naturalmente è quella americana.
Ebbene, a 5 anni meglio di tutti ha fatto Goldcorp, seguita da Nestlè, Anadarko, Louis Vuitton, Google. Chiude la classifica con la peggiore performance Pfizer.
A parte ciò, è sintomatico osservare come nessuno di questi sei titoli, così diverso l'uno dall'altro e così "solido" da rappresentare comunque un punto di riferimento per il suo settore merceologico sia riuscito a resistere alle vendite da washout. Nessuno è riuscito a non perdere nell' annus orribilis 2008.
La bestia nera della paura domina incontrastata.



venerdì 16 novembre 2012

Ad un soffio da quota 2.000.

Ormai ci siamo, manca davvero pochissimo. Ancora 5 mld di € ed il nostro paese "riuscirà" per la prima volta a sfondare la soglia psicologica dei 2.000 mld di € di debito pubblico. 33.000,00 € a testa, neonati compresi.
Una montagna enorme!.
Il grafico pubblicato da Reuters che potete vedere (e ingrandire) a fine post rappresenta il debito pubblico dei paesi dell'area euro in percentuale del Pil.
La Grecia, com'è noto, domina incontrastata, con un poderoso 150%, ma noi siamo appena dietro, sul secondo gradino del podio: 126%. Seguono gli altri due "pigs" d' Europa, Portogallo ed Irlanda. Le differenze tra paese e paese sono molto forti: la Svezia naviga in acque dorate con il suo 37,3% e molti altri paesi (tutti quelli sotto il 60%) possono dormire sogni tranquillissimi.
Ma anche chi  ha percentuali maggiori può stare relativamente sereno: la Germania, ad esempio, considerata giustamente il paese più forte dell' Ue pur avendo un debito all' 82,8% del Pil si finanzia sui mercati internazionali ad interessi praticamente zero e mantiene ancora una forte crescita.
A voler trovare uno spartiacque direi che tutti i paesi con un indebitamento complessivo oltre il 100% del Pil devono allarmarsi. Del resto, per quello che vale, qualsiasi manuale universitario di economia già entro la trentesima pagina fa notare a caratteri cubitali allo studente chino su di esso che oltre il 100% c'è più ben poco da fare. Il principio è talmente semplice che brutalmente si può riassumere in due righe: se produci una ricchezza pari a 100 ed hai un debito pari a 100 nel migliore dei casi il tuo debito non aumenterà, ma di certo risulterà matematicamente impossibile ridurlo.
Semplice ed efficace, come ragionamento. O no?.




mercoledì 14 novembre 2012

Piger: un modello per prevedere le recessioni


Jeremy Piger è un economista e professore all'Università dell'Oregon. E' praticamente sconosciuto in Italia (in rete non si trovano tracce in italiano che parlano di lui) ma assai considerato dalla Federal Reserve, che non a caso nel suo sito (dal quale ho tratto il grafico che vedete a fine post) lo cita piuttosto frequentemente. Piger ha messo a punto un modello statistico per calcolare le probabilità di una recessione negli Stati Uniti. La serie sviluppata da Piger ha valenza mensile e si fonda sulla rielaborazione dinamica di quattro indicatori economici-chiave dell'economia a stelle e strisce: i "non farm-payroll employment", cioè il numero degli impiegati nei settori non agricoli, l'"index of industrial production", quindi l'indice della produzione industriale, il "real personal income excluding transfer payments", vale a dire il reddito personale reale esclusi i pagamenti da trasferimenti ed infine il "real manufacturing and trade sales", che sintetizzando è il dato sulle vendite nel settore manifatturiero.
L'ultima rilevazione mensile di questo indice creato da Jeremy Piger, risalente ad Agosto 2012, è 19.56. Secondo l'economista americano, quindi, la probabilità di una recessione negli Stati Uniti è ancora relativamente bassa, essendo al di sotto del 20%. Ed in effetti il Pil continua a crescere in modo non entusiasmante ma dignitoso e la disoccupazione (vedi post di qualche tempo fa) è in calo.
Il dato è però molto preoccupante se confrontato con le quattro rilevazioni mensili precedenti: 1.80 a Luglio, 0,88 a Giugno, 0,34 a Maggio e addirittura 0,24% ad Aprile 2012!.
Un'impennata quindi clamorosa: in termini assoluti il dato è buono ma prospetticamente molto allarmante. Il grafico che potrete ingrandire abbraccia un arco temporale piuttosto lungo ed evidenzia bene la recessione del 2008.
C'è  solo da augurarsi che le prossime rilevazioni mensili (che pubblicherò appena usciranno sul sito della Fed) siano migliori dell'ultima e che Agosto sia stata la classica rondine che non fa primavera.








martedì 13 novembre 2012

Misurazioni dei rendimenti: il Tracking Error


Uno degli aspetti più importanti per chi ha sottoscritto un fondo comune di investimento è quello di conoscere quanto sia cresciuta la propria ricchezza, o meglio quale sia stata la performance prodotta dal gestore del fondo in un determinato periodo di tempo e  in confronto ad un parametro di riferimento certo ed univoco per tutti.
In altre parole: l'investitore che detenesse, ad esempio, un fondo azionario America non vorrà soltanto conoscere il rendimento del prodotto ma anche come si è comportato in riferimento ai suoi competitori e all'indice di borsa sul quale investe. Se l'indice S&P 500, che raggruppa le 500 società più grandi degli Stati Uniti, avrà ottenuto una performance annua del 10% ed il fondo azionario America avrà fatto il 15% potremo dire che il fondo avrà sovraperformato il "benchmark", cioè l'indice S&P 500. Il benckmark quindi è il parametro su cui valutare l'attività del gestore e quasi sempre è composto da freddi indici  legati ai mercati, azionari o obbligazionari che siano.
Per battere il benchmark un gestore deve prendere decisioni non passive. Se replicasse con il suo lavoro esattamente l'indice otterrebbe il suo stesso risultato, ma i costi di gestione del fondo graverebbero sulla performance complessiva finale, rendendolo di fatto perdente. Quindi il gestore deve gestire attivamente il prodotto, cercando di fare la differenza. Il "tracking error" misura l'attivismo del gestore, cioè la sua capacità proattiva nei confronti del fondo che presiede. Tanto più il suo operato si discosterà sensibilmente dal replicare pedissequamente il benckmark tanto più il tracking error sarà elevato. Il che non significa che il gestore poi farà meglio in termini di performances rispetto al benckmark. Significa solo che ha cercato di "darsi da fare" il più possibile. Infatti il tracking error può essere positivo (il gestore fa meglio del benckmark) o negativo (il gestore fa peggio del benckmark). L'importante però, a mio avviso, è che comunque il fondo che il gestore presiede abbia sempre un tracking error elevato, perchè dimostra l'intenzionalità di voler provare a dare ed ottenere il massimo, magari sbagliando ma provandoci in tutti i modi. Quindi, operativamente: selezionare sempre un prodotto con tracking error elevato e positivo!.


lunedì 12 novembre 2012

Le "Terre Rare"....sempre più rare



Uno degli asset di investimento più interessanti, a livello settoriale, del momento ma anche certamente del futuro sono le cosiddette "Terre Rare". Con questo termine si indicano una serie di metalli fondamentali per la fabbricazione di molti oggetti, in special modo legati al mondo della tecnologia e dell'elettronica (telefoni cellulari, schermi tv, batterie ad alte prestazioni, vetture ibride, turbine eoliche, materiale militare, computers, etc..). Si dividono in "leggeri" (lantanio, cerio, niodimio, etc) e "pesanti" (europio, derbio, etc...) e furono definiti tali perchè molto difficili da ottenere nel diciottesimo e diciannovesimo secolo. Oggi, malgrado le tecniche produttive ed estrattive siano molto più efficienti, la situazione è solo parzialmente migliorata: il procedimento estrattivo resta costoso, difficile e ad alto potere inquinante. Per tutti questi motivi la Cina, che quanto al rispetto dell'ambiente e delle condizioni lavorative dei suoi cittadini non ha ancora una forte sensibilità, è il primo produttore al mondo di terre rare, con un vero e proprio monopolio: il 97% della produzione è nel suo territorio!. 
Naturale che la Cina decida in totale autonomia la politica dei prezzi di questi metalli, ed i quantitativi annuali esportabili agli altri paesi. Che naturalmente cercano di opporsi a questo stato di fatto, che li costringe a dipendere in maniera assoluta al paese della grande muraglia per quanto riguarda l'unico settore industriale che alla faccia della crisi continua a crescere: quello dell'elettronica.
La questione è approdata qualche mese fa sul tavolo dell’Organizzazione mondiale per il commercio (Omc-WTO) stabilendo un primato: per la prima volta nella storia, Stati Uniti, Unione Europea e Giappone si sono coalizzati presentando congiuntamente a Ginevra un reclamo, quello contro le presunte scorrettezze della Cina, che limita da anni le forniture, con effetti devastanti sui prezzi, in alcuni casi decuplicati nel giro di meno di 5 anni.
Durante il 2011 il prezzo di molti metalli appartenenti alle terre rare è sceso, scontando da un lato una fisiologica correzione e dall'altro una crisi economica mondiale che, seppur di striscio, come ho detto prima, ha comunque lievemente coinvolto il settore.
Resta però uno degli asset di investimento più promettenti del prossimo decennio: con i tempi biblici del WTO per avere una risoluzione della vertenza saranno necessari anni di controversie, legali e non, che di fatto determineranno il mantenimento dell'attuale fase di stallo che non dovrebbe che favorire l'ascesa dei prezzi.




giovedì 8 novembre 2012

Tempesta perfetta o cielo sereno?

Archiviata in fretta la rielezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti ripartono imperterrite le previsioni degli economisti sul futuro del mondo. In questi giorni il dibattito sembra polarizzarsi tra due schieramenti precisi: quello dei teorici della tempesta perfetta e quello dei sostenitori di un prossimo, duraturo, cielo blu all'orizzonte.
I primi ipotizzano la formazione della tempesta perfetta considerando la possibilità, praticamente una quasi certezza a loro avviso, che si determinino contemporaneamente tre condizioni: un atterraggio duro (hard landing) dell'economia cinese; una forte recessione fiscale americana (il problema del fiscal cliff); una ricaduta dei paesi europei più fragili sul fronte degli spread e degli indicatori di deficit. Praticamente un Armageddon.
Per i secondi valgono le considerazioni al contrario: l'economia cinese gode ancora di ottima salute ed il suo è un semplice rallentamento (perfino salutare...); il fiscal cliff americano non preoccupa perchè si trovera al Congresso una mediazione e l'Europa sta messa meno peggio del previsto perchè la rete di sicurezza stesa dalla Bce sembra dare più garanzie di quelle sperate.
Non so chi ha ragione. Non so se ci sarà la tempesta perfetta o il cielo limpido. Resto però dell'idea che la verità sta sempre nel mezzo, per cui, anche prendendo a prestito le previsioni sulla città per domani che fornisce il gadget che ho inserito a destra del blog, penso che si susseguiranno piogge e schiarite. Per molti mesi (o forse anni) ancora.
L'importante, per ottenere ritorni interessanti dagli investimenti, sarà cercare di sfruttare bene le belle giornate e stare invece al calduccio in casa durante quelle uggiose e fredde.


martedì 6 novembre 2012

8% per il Presidente

Oggi si elegge il nuovo presidente degli Stati Uniti per il quadriennio 2012-2016. Obama o Romney?. Difficile dirlo, a quanto pare i sondaggisti danno i due spalla a spalla ed il verdetto è legato ad un filo. O forse a qualche decimale di punto percentuale, visto che una statistica pubblicata ormai da tempo dimostra come mai nessun presidente degli Stati Uniti è stato rieletto quando il tasso di disoccupazione in america era al 8% o più. Ora, il dato curioso è che venerdì scorso è uscito (vedi il grafico che allego a fine post) il dato aggiornato sul tasso di disoccupazione: 7,9%, ad un soffio dalla fatidica quota!.
Dovesse  vincere Obama la statistica non solo sarà salva ma si  dimostrerà anche  incredibilmente veritiera. 
Di certo comunque, se guardate bene il grafico, la costante discesa del tasso di disoccupazione, che comincia proprio appena dopo la striscia verticale grigia (che indica la recessione), lascia ben sperare per il futuro, specialmente se a tale dato si abbina quello della crescita, ormai stabilmente intorno al 2% annuo.


P.S.: Obama ha vinto. Anche stavolta la regoletta è stata rispettata...edit 07.11.2012

lunedì 5 novembre 2012

Il sondaggio del mese

Ho pensato di inserire all'interno del blog uno spazio per i sondaggi. Il primo che ho inserito, come vedete a destra del vostro schermo, è sul destino del nostro paese. Secondo voi, l'Italia andrà in default?. Tecnicamente una condizione di default è tale quando uno stato non riesce più a rimborsare i propri titoli emessi sul mercato: quindi ad esempio il mancato rimborso, parziale o totale, di un Bot o di un Btp. Ma si parla di default anche in situazioni meno gravi, come ad esempio una rinegoziazione del debito (allungamento della scadenza prevista, rimodulazione dei tassi d'interesse, etc.) o la richiesta di aiuti alle autorità economiche internazionali. Il sondaggio rimarrà aperto fino a fine mese.....VOTATE!!.


La teoria del Cigno Nero


Nel 2007 il "Sunday Times" inserì il libro "Il cigno nero" tra i testi che avrebbero cambiato il mondo. Il Sunday Times aveva perfettamente ragione.

Scritto da Nassim Taleb, attualmente gestore di un importante hedge fund e professore all'Università del Massachusetts di "scienze dell'incertezza", il libro sviluppa la teoria secondo la quale eventi casuali e completamente imprevisti accadono continuamente alla faccia di chi pensa di arginarli.

Il termine "cigno nero" non è copyright di Taleb, ma addirittura del poeta latino Giovenale, e diventa un vero e proprio modo di dire intorno al 1500, quando nelle discussioni filosofiche si voleva indicare un fatto impossibile o altamente improbabile. Siccome tutti i cigni noti allo scibile umano erano solo e soltanto bianchi si riteneva impossibile l'esistenza di un cigno nero. Tutto bello fino a quando alcuni esploratori europei non trovarono, in Australia, il cygnus atratus, naturalmente di colore nero.

Taleb esplicitò la sua teoria del cigno nero attraverso un'intuizione che provò sulla propria pelle: a 35 anni fu colpito da un tumore alla gola, tipico dei forti fumatori. Ma lui non era un forte fumatore; anzi, non aveva mai fumato una sigaretta in vita sua. La probabilità che un siffatto tumore colpisse proprio lui era bassissima, quasi insignificante, praticamente impossibile.....invece accadde. Taleb quindi si rese conto che eventi considerati quasi impossibili accadevano regolarmente. Molto  molto raramente ma accadevano. L'intuizione che lo portò a diventare prima un trader e poi un gestore professionista fu quella di scommettere su alti e bassi improvvisi e violentissimi dei mercati. Taleb scommette sui cigni neri. Tutte le società di gestione del risparmio e i singoli investitori ragionano sempre in termini di variazioni dei mercati "ragionevoli", o comunque confinate a livelli "noti". L'importante è quindi guadagnare poco ma spesso, cercando di portare a termine, nel corso dell'anno solare, performances graduali. Approccio che non fa una piega e che anzi sposo in pieno!.

Taleb invece fa il contrario, scommettendo sulla sua ignoranza. Sapendo che prima o poi arriverà un cigno nero, ma non sapendo quando, il nostro libanese naturalizzato statunitense acquista giornalmente opzioni put e call, cioè particolari contratti (di cui non vi tedierò nello spiegarvi le caratteristiche tecniche) che gli permettono di realizzare guadagni enormi nel momento in cui l'evento raro (il cigno nero) si avvera. Naturalmente Taleb perde un pò di soldi tutti i giorni, perchè è come se acquistasse ogni giorno un potentissimo ed esclusivo anti virus a scadenza giornaliera senza che la pandemia compaia mai all'orizzonte.

Ma siccome i cigni neri esistono, nel giorno in cui la stessa fa capolinea Taleb passa all'incasso....con guadagni stratosferici. Accadde così l'11 Settembre e in altre giornate di borsa particolarmente drammatiche, come il 10 Ottobre 2008 e ancora in alcuni giorni di marzo 2009.

Certo, ci vuole una pazienza ed una costanza da pescatore, perchè a mia memoria dal 2000 ad oggi le giornate di questo tipo si contano al massimo sulle dita di una mano....ma ci sono e se si hanno soldi sufficienti per comprare opzioni tutti i giorni per anni il gioco può funzionare.




Si è verificato un errore nel gadget

Calcolatrice