giovedì 19 marzo 2015

Drogati fino al collo

Torno a scrivere un post dopo oltre un mese dal precedente. Onestamente, non avevo (e non ho) molto da dire. Le massicce dosi di "droga" iniettate dalla Fed, dalla Bce e dalla Boj, con i loro giganteschi piani di stimolo monetario, hanno creato una realtà parallela: le borse salgono, i mercati obbligazionari volano e le economie reali, quando va bene, ristagnano.
Didier Saint Georges, numero due di Carmignac, nella sua nota mensile (lucidissima come sempre) sostiene che viviamo nella "scarsità" di crescita.
Scrive Saint-Georges che il 2015 magari sarà un anno di ripresa, grazie soprattutto all'euro debole, ma non dovremo aspettarci rialzi del Pil in giro per l'Europa superiori, al massimo, all'1%. Una ripresa dentro un trend decennale ormai di declino e recessione. Trend che per vari motivi-crescita demografica bassa, riforme istituzionali e non appena abbozzate, etc- rimarrà sostanzialmente invariato.
Dentro questo contesto l'ammirevole, per certi versi, sforzo profuso dalle banche centrali per rilanciare la crescita passa da un nodo fondamentale: il debito.
Tutti i paesi sviluppati sono iperindebitati, a cominciare dal nostro, che pur avendo tassi in calo su tutti i titoli di qualsiasi durata continua ad avere un debito pubblico in crescita esponenziale. Su questo stesso blog si può leggere di un mio post quando sfondammo i 2.000 miliardi di €. Oggi siamo a quota 2.200!.
Il debito non trova soluzione: o si ripaga (cosa alquanto improbabile date le condizioni attuali) o si rinegozia, o si cancella. Tre soluzioni, altre non ce ne sono.
E se la prima come detto è impraticabile non restano che le altre due, ciascuna delle quali destinata a creare il panico assoluto sui mercati.
Ed allora, in questo contesto, ecco che invece di affrontare la realtà continuiamo a rimanere sdraiati sul divano a fumare l'hashish che ci hanno fornito le banche centrali, che ci stordiscono con effetti speciali.
Tutti drogati fino al collo, inebetiti da condizioni meravigliosi, irripetibili e.......IRREALI.
Draghi ci ha detto che la sua droga continuerà ALMENO fino a Settembre 2016. La Fed ieri ci ha riconfermato che le sue dosi sono finite ma il loro effetto si prolungherà fino a fine anno (quando si rialzeranno i tassi). La Boj praticamente ha scorte illimitate di sostanze allucinogene........


giovedì 5 febbraio 2015

Yanis Varoufakis: il Guerriero Greco

Enea, Ulisse, Patroclo, Achille. Eroi della mitologia greca. Guerrieri del passato. Oggi, forse, la penisola ellenica ha trovato il suo guerriero del terzo millennio: Yanis Varoufakis, il neo ministro delle Finanze del governo di Alexis Tsipras.
Un duro, Varoufakis. A partire dal suo look informale, fatto di camicie fuori dai pantaloni, giacconi di pelle, scarponcini alti, ed il rigoroso rifiuto della cravatta d'ordinanza. E già questo, per me, è un segnale di discontinuità con i soloni di Bruxelles, con le liturgie e gli orpelli del cerimoniale europeo. Ma Varoufakis è un duro anche a parole, e a fatti: "la Grecia non riconosce la Troika, comitato costruito con cemento imputridito"; "siamo d'accordo nel non essere d'accordo"(riferendosi oggi all'incontro con il ministro delle finanze tedesco). Ed ancora, a proposito di fatti: su sua iniziativa il primo atto della prima riunione del neo governo greco è stato il blocco del decreto attuativo della privatizzazione del Porto del Pireo. Mica male.....
Ma Varoufakis è molto altro: un economista raffinato, cresciuto nelle migliori università del mondo, un professore (naturalmente di Economia...), un ex alto dirigente d'azienda.
Ovviamente con una padronanza dell'inglese (dopo decenni di vita all'estero) che fa quasi impressione (provate a sentire in giro per il Web).
La ricetta di Varoufakis per uscire dallo stallo del debito greco è semplice, brutale, niente affatto diplomatica: il debito va rinegoziato. Se possibile per buona parte estinto, ma comunqe rinegoziato. Punto. E per trattare Varoufakis mette un paletto: pagheremo quello che potremo pagare, vale a dire rimborseremo il nostro debito se e nella misura in cui la nostra economia crescerà.
Da qui l'idea di uno swap di dimensioni gigantesche. Non entro nel tecnico dell'idea del nostro guerriero greco, perchè piuttosto complicata da esporre in termini semplificati per i non addetti ai lavori ma per me....può funzionare!.
Varoufakis ha capito una cosa molto semplice: nessuno dei creditori della Grecia ha interesse a che la stessa fallisca. Dunque si può tirare la corda, fin quasi a spezzarla. Anzi, fino a quando Varoufakis non troverà uno più duro di lui (e a parte Draghi, che stamattina glielo ha ricordato, non se ne vede in giro neanche l'ombra) state certi che lui quella corda la tirerà fino ad un millimetro dallo strappo.


venerdì 30 gennaio 2015

Rendimenti subatomici

Ogni giorno, spesso più volte al giorno, leggo i rendimenti dei titoli di stato in circolazione nel mondo. Sarà perchè  Bloomberg ha appena cambiato la sua interfaccia grafica (più accattivante devo dire) ma l'ultima volta che l'ho fatto, pur conoscendo praticamente a memoria quei dati devo dire che ne sono stato sorpreso.
Sciorinandone qualcuno penso che anche voi proverete lo stesso stupore.
Oggi sottoscrivere un Bund (titolo di stato tedesco di durata pari a 10 anni) rende, LORDO, un interesse ANNUO dello 0,35%.
La versione trentennale (30 anni...) offre un tasso di interesse, LORDO ANNUO, dell' 1,03%. 
Si dirà: certo, il rendimento è inesistente (anzi decisamente negativo considerando oneri, commissioni e tassazioni varie) ma è tale in quanto non c'è niente di più sicuro al mondo che comprare un titolo tedesco. Pochissimo rischio, pochissimo rendimento.
Che dire però di un Oat (titolo di stato francese sempre a 10 anni) che "offre" un rendimento lordo dello 0,58% annuo?. O di un nostrano Btp decennale che non va oltre un modesto 1,59% lordo annuo?.
Naturalmente c'è anche chi fa "meglio": un titolo svizzero a 10 anni è già in territorio negativo al lordo: -0,07%.
Quando ho aperto il Blog, circa due anni e mezzo fa, i rendimenti erano molto più alti: il Bund decennale era intorno al 2%....
Insomma, la "repressione finanziaria" della Fed, della Boj e ora della Bce, attuata attraverso massicci piani di quantitative easing, ha di fatto azzerato i rendimenti dei titoli di stato, facendone ovviamente impennare i prezzi.
Così non può durare, anche se, di fatto, la Bce fino ad almeno Settembre 2016 continuerà di questo passo.
Dunque la domanda delle domande è quando, non se, finirà il mondo irreale dei rendimenti subatomici. Tra gli addetti ai lavori si va da pochi mesi a dieci anni. Un range che non aiuta a farsi un'idea.
La realtà è che nessuno lo sa. Stiamo tutti navigando in acque sconosciute, in cui i creditori (i sottoscrittori dei titoli) PAGANO i debitori per detenere il loro debito!. Irreale....ma vero.




venerdì 23 gennaio 2015

Finally....Mario!

Parafrasando la frase di benvenuto che i supporters del Liverpool dedicarono all'arrivo di Balotelli tra i Reds (poi sappiamo come sta andando a finire....) ecco dunque che  finalmente, dopo troppi mesi di attesa, anche la Bce ha compreso che non è più tempo di fioretto, ma di clava.
La stampa ha parlato invece di bazooka, forse esagerando nel giudicare il primo "quantitative easing" dell'istituto di Francoforte.
Sottolineo subito il "primo", perchè non è escluso (lo ha detto anche la Bce stessa) che a Settembre 2016, quando il piano terminerà, non ne possa partire un secondo. Dipenderà da come saranno, per allora, gli indicatori economici. Ricordo a tutti che negli USA, prima di vedere risultati tangibili in termini di crescita e soprattutto di occupazione, ne hanno dovuti varare ben tre. Uno più imponente dell'altro.
Ma veniamo alla "ciccia" che Draghi ha gettato in pasto ai mercati: 60 mld di € al mese di acquisto di titoli di stato, covered, mbs, e tutto il resto. Praticamente qualsiasi cosa di carta prezzata sui desks. Tutto pur di inondare di euro i forzieri delle banche, ripulirli da bilanci non proprio candidi, e costringerle a fare il loro mestiere, che è quello di prestare soldi.
E questo sarà, oltre che l'obiettivo più importante, anche il più difficile da raggiungere. Ma stavolta le forse messe in campo sono importanti. Stavolta non si scherza, come si è fatto in passato. Certo, parliamo di Europa, di stati litigiosi e di contrasti sempre vivi, per cui qualche paletto dai paesi nordici è stato messo (come la ripartizione al 20% delle eventuali insolvenze tra le banche centrali di ogni Stato). 
Gli altri obiettivi, pure importanti, che il piano si prefigge, sono GIA' stati raggiunti. Ma in questo caso l'ufficialità di ieri per i mercati è stata solo la ciliegina....la torta si era preparata per tempo. Bisognava solo capire gli ingredienti.
Al sodo: rendimenti dei titoli di stato in caduta libera, sia di quelli dei paesi solidi sia di quelli dei paesi periferici. Spread sui corporate ridotti. Euro debolissimo contro dollaro, che nella sola giornata di ieri si è apprezzato contro la nostra moneta di oltre il 2%!.
Euro debole uguale più competitività, dunque più esportazioni. E con il petrolio sotto i 50 $ al barile è una manna dal cielo. L'Europa che non produce materie prime oggi ha un vantaggio micidiale sul resto del mondo: può comprare a prezzi bassi con una moneta svalutata!.
Ma queste inusuali condizioni favorevoli non dureranno a lungo. Ieri, oggi, per le prossime settimane i mercati saranno ancora ubriachi. Gongoleranno nella terra di Bengodi ma se nel frattempo non si lavorerà a risolvere i problemi strutturali di una Unione Europea politicamente allo sbando il ritorno alla sobrietà sarà DURISSIMO.
Draghi può fare molto, ma non può fare tutto.
Parafrasando, finora eravamo come un paziente in attesa di un intervento chirurgico al cuore. Dovevamo farlo ma non avevamo un anestetico potente che ci consentisse di non soffrire durante l'operazione. Ora quell'anestetico ci è stato iniettato in vena, ed il bisturi può incidere. Con calma e con a disposizione un lasso di tempo più che sufficiente. Ma se il chirurgo avrà la mano tremolante e non riuscirà a farcela (riforme strutturali dei paesi periferici e poderosi passi avanti verso l' UNIONE POLITICA E FISCALE dell'UE) quando l'anestetico terminerà il suo effetto saremo al punto di partenza.

p.s.: L'immagine del post è una foto pubblicata da un giornale tedesco che secondo me fotografa bene quanto ho cercato, faticosamente, di spiegare.





mercoledì 17 dicembre 2014

Quasi tutto previsto....

Nei mesi scorsi ho più volte scritto della probabile discesa del prezzo del petrolio a livelli intorno ai 60 $ al barile. Il 16 Ottobre scorso avevo scritto un post specifico sull'argomento, spiegando che la vertiginosa discesa era ed è attribuibile quasi esclusivamente alla volontà dei paesi produttori del Medio Oriente di tenere fuori dal mercato del greggio gli USA, ormai protagonisti del settore grazie al celeberrimo "Shale Oil", il petrolio estratto attraverso il fracking, procedimento assai costoso ed antieconomico con un prezzo del barile, appunto, intorno ai 60 $. Oggi il "Light Crude" quota intorno a 55 $: direi che ci siamo.
Nel senso che non credo che il prezzo scenderà ulteriormente. L'obiettivo è stato sostanzialmente raggiunto: spingere i prezzi ancora più giù comincerebbe ad essere un problema di redditività anche per paesi come l'Arabia Saudita. Più facile prevedere invece una prolungata (mesi?) fase di stabilizzazione intorno a questa quota. Avevo anche previsto un'accentuazione della fase deflattiva causata da un simile scenario: se il prezzo di una materia prima fondamentale come il petrolio scende è chiaro che anche tutti i prezzi ad essa collegati scenderanno, con un processo a cascata che determina, appunto, deflazione. Per deduzione, più deflazione significa naturalmente meno crescita....anzi...decrescita.
Questo il piano macroeconomico della vicenda. Ma il titolo del post è indicativo: non tutto è stato previsto. Già perchè la trasposizione di tutto quanto sopra sui mercati finanziari non è stata pedissequa, per così dire. Ci sono stati molti 2+2 che hanno fatto 4, ma altri che hanno fatto 3...o 5, senza alcuna logica se non quella del paradosso. E parlare di logica del paradosso è un ossimoro!.Tanto per fare un esempio è logico, per paura di una prolungata fase deflattiva (peraltro amplissimamente prevista...) che scendano i rendimenti del Bund, ma non è logica la tenuta dell'Euro, seppure su livelli molto più bassi di pochi mesi fa contro Dollaro. Perchè la deflazione c'è in Europa, non negli Usa, e quindi la pressione verso la Bce a tirar fuori il suo primo QE della storia avrebbe dovuto indurre una forte svalutazione della nostra moneta.
E perchè l' Oro è rimasto inchiodato a 1.200 $ l'oncia?.
Il risultato di tutta questa "confusione" è stato, nei fatti, una brusca correzione dei mercati azionari, che si sono mangiati in pochi giorni una bella fetta del rialzo del 2014; un'altrettanto significativa correzione dei mercati obbligazionari (tutti, governativi a tripla A esclusi) ed un senso di catastrofe imminente che a mio parere ha poco senso.
I problemi ci sono tutti, e l'orizzonte è fosco da anni, ma una fortissima discesa del prezzo del petrolio porta anche enormi benefici. Al momento tutti gli attori della finanza internazionale hanno "prezzato", di questo scivolone, solo gli svantaggi. Quando cominceranno a prezzarne anche i vantaggi si tornerà a salire. Forse anche prima della fine dell'anno.





lunedì 1 dicembre 2014

Esito referendum svizzero: proposte tutte bocciate!

Tutti e tre i referendum svizzeri di cui avevo scritto tempo fa sono stati bocciati. Dunque niente ritorno parziale al "Gold Standard", e nessun cambiamento nella politica aurifera elvetica. Immediati i contraccolpi sull'oro giallo, con le quotazioni che sono tornate intorno ai 1.100 $ dollari l'oncia, dunque sui minimi di lungo periodo. Fino a pochissimi giorni prima dei referendum si era invece assistito ad un robusto rimbalzo, che aveva portato i prezzi a ridosso di 1.200 $.
Cambio franco svizzero/euro dunque stabile in area 1,2 e un'altra mina vagante schivata dai mercati finanziari.
Schiacciante la vittoria del No, con oltre il 70% dei consensi. Un esito che invece era apparso in bilico fino a pochi giorni fa, con i sondaggi che sembravano presagire un testa a testa.
Evidentemente gli svizzeri hanno capito che gli svantaggi potevano superare i benefici e si sono comportati di conseguenza.


lunedì 17 novembre 2014

Giappone: crollo del Pil!

Veramente una sorpresa il dato sul Pil del terzo trimestre giapponese: -0,4% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno. Addirittura -1,6% il dato annualizzato. Una botta di quelle dure da digerire. Un colpo quasi mortale alle politiche ultraespansionistiche della Boj, una mazzata che pare abbia convinto il premier Abe ad andare di nuovo alle urne.
Un dato che francamente nessuno si aspettava così negativo, me compreso.
Difficile anche capire come mai la seconda economia del mondo abbia avuto un simile andamento, anche considerando il fatto che all'inizio l' "Abenomics" aveva dato ottimi segnali, con un Pil 2013 cresciuto dell' 1,3% su base annua.
Abe e Kuroda, il potente capo della Banca Centrale del Giappone, avevano messo sul piatto della crescita potentissimi strumenti: il taglio dell'iva, una politica monetaria a briglie scioltissime, con un QE impressionante per dimensioni e modalità, ed infine un'aggressiva serie di riforme.
Eppure, niente. Di nuovo in recessione. E puntuale è arrivata la bastonata del mercato azionario, con il Nikkei giù di quasi tre punti.
Forse il mini rialzo dell'iva stessa, portata dal 5 all' 8% può aver contribuito a tutto ciò, ma personalmente mi pare troppo poco per giustificare una tale violenta inversione di rotta.
Ormai il Giappone, con un rapporto debito/pil quasi al 200% (!!), non ha più molte carte da giocare per rilanciare l'economia. Direi anzi che non c'è più niente da fare....
Il mercato dei bonds più sicuri è ovviamente volato, con il Bund tedesco (il decennale) che ormai rende un miserevole 0,77% lordo annuo.
E' un dato che inevitabilmente cambia le carte in tavola, non solo in Giappone ma a mio avviso anche sullo scacchiere internazionale. Il mondo guardava alle coraggiosissime politiche monetarie e fiscali del sol levante come ad una sorta di "esperimento" per guarire le grandi economie europee in crisi. E da tempo il convincimento generale era che anche nel vecchio continente ci fosse bisogno delle stesse ricette.Che invece prima hanno sfornato una minestrina rancida ed ora addirittura pane raffermo. E questo bruttissimo dato farà anche fischiare le orecchie alla signora Yellen, capo della Fed. Gli Usa hanno grosso modo fatto le stesse politiche, ottenendo crescita e una costante ripresa dell'occupazione, ma come ho detto tante volte ottenendo risultati molto inferiori all'entità degli interventi messi in campo. La classica montagna che ha partorito il topolino. Che una volta almeno era bianco e di campagna, mentre con il dato di oggi è diventato improvvisamente nero e di città...una pantegana!.




martedì 4 novembre 2014

Killer Date: 30 Novembre, Svizzera


L'incipit del mio blog mi ricorda ogni volta che l'obiettivo che mi sono posto aprendolo è quello di cercare di aiutare il lettore a vedere per tempo "la curva improvvisa, il dosso nascosto, l'incrocio lontano".
Ebbene, il 30 Novembre prossimo potrebbe essere una data da non trascurare per il mercato dell' oro e delle valute in genere. Anzi, a dirla tutta, potrebbe essere una "killer date". Di cui ancora in pochissimi parlano, seppure manchino appena 26 giorni.
In Svizzera, infatti, si vota su un referendum propositivo assai singolare: tre FONDAMENTALI proposte che se dovessero ottenere la maggioranza dei voti provocherebbero sconquassi inimmaginabili.
Vediamole:
1) rimpatrio di tutto l’oro detenuto come riserva che oggi si trova al di fuori del territorio svizzero (vale a dire circa un 50% del totale). 
2) il divieto per la Banca Centrale Svizzera (SNB) di vendere ORO in futuro.
3) un parziale ritorno al “gold standard”. La banca centrale elvetica dovrà detenere almeno il 20% degli attivi in oro fisico. Se quindi verrà stampata una banconota da 100 CHF (franchi svizzeri), dovranno essere anche acquistati 20 CHF di oro. Lo storico "gold standard" in vigore fino a prima degli accordi di Bretton Woods prevedeva la totale corrispondenza tra il valore di quanto stampato su carta (banconote) e quanto detenuto in oro presso i caveau delle banche centrali.
Stamattina il presso dell'oro sui mercati internazionali è quasi ai minimi storici degli ultimi anni: intorno a 1.160 $ l'oncia, ben sotto quota 1.200 (già bassissima) che sembrava un limite al ribasso invalicabile.
Ora, se il referendum passasse è assolutamente prevedibile un rialzo fortissimo del suo prezzo, visto che per ottemperare alle nuove disposizioni la banca centrale svizzera dovrebbe comprare circa 1.500 tonnellate di oro nei prossimi 5 anni. Una quantità pari alla metà dell'oro estratto in un anno in tutto il mondo, e circa il triplo di tutto l'oro scambiato annualmente.
La soluzione alternativa, per rispettare il parametro del 20%, sarebbe quella di abbandonare il cambio "fisso" (che la stessa banca centrale svizzera si impose per non rafforzare la sua valuta) di 1,20 tra euro e franco svizzero. Facile anche qui immagine un immediato balzo del franco, che diventerebbe un gigante contro euro, ma anche contro dollaro.
E a proposito di dollaro..per eventualmente comprare l'oro la stessa Banca Centrale Svizzera dovrebbe pagare il dollari (valuta per la quotazione del metallo giallo). Il risultato sarebbe un rafforzamento del dollaro contro euro (l'unica valuta che da questa specie di gioco dell'oca uscirebbe a pezzi).
Sondaggi sulle intenzioni di voto non sono ancora usciti. Di certo l'iniziativa referendaria è meno stupida e velleitaria di quanto si pensi. A parte il primo quesito (quello sul rimpatrio dell'oro) che di fatto è solo propaganda ed il secondo, che non incide perchè la Svizzera di oro ne ha sempre venduto poco, il terzo ha l'obiettivo finale di ridare "solidità" e "consistenza" alla banconota cartacea, in questo caso il franco svizzero.
Anni di quantitative easing e di forti politiche monetarie espansionistiche hanno gonfiato all'inverosimile i bilanci di Fed e Boj. Il tentativo di riagganciare (anche se solo per il 20%) una banconota fatta di carta ad un valore assoluto e raro come l'oro è tutt'altro che un ritorno al passato!.







venerdì 24 ottobre 2014

Stress Test: domenica i risultati

Domenica, finalmente, dopo mesi di lavoro la BCE comunicherà gli esiti degli stress test a cui ha sottoposto tutti i più importanti istituti bancari europei. Attraverso l'analisi di una serie  di parametri, i tecnici guidati da Mario Draghi stileranno una sorta di "promossi e bocciati". Al momento le indiscrezioni parlano di 11 banche che non hanno superato gli "esami". Tre di esse sarebbero italiane: Monte dei Paschi di Siena, Cassa di risparmio di Genova e Banco Popolare. Nomi peraltro di cui già da tempo si conosceva la precaria situazione finanziaria. Banca Intesa sarebbe invece la banca più solida, insieme a Mediobanca, Ubi ed Unicredit (quest'ultima con i soliti problemi delle controllate nell'Europa dell'Est). Delle altre 8 ci sarebbero istituti ciprioti, greci e soprattutto, e qui potrebbe stare il "big problem", due banche tedesche di rilevanza mondiale. Di una circola già il nome: Deutsche Bank!.
Le banche che non passeranno gli esami dovranno necessariamente tornare sul mercato dei capitali, a caccia di denaro fresco per aumentare la loro patrimonializzazione. Di questi tempi non sarà facilissimo.
La sensazione  che sta emergendo in questi giorni è che la correzione in corso (peraltro al momento molto attenuata dal forte rimbalzo delle ultime sedute di borsa) abbia già scontato un quadro di questo tipo e che se non emergeranno notizie negative maggiori di quelle già filtrate i mercati potrebbero ripartire anche piuttosto velocemente.
Questo degli stress test era uno degli appuntamenti chiave per il 2014 (ne ho parlato in abbondanza anche in altri post) ed il suo superamento senza troppi danni potrebbe spianare la strada ad un fine anno piuttosto tranquillo.


giovedì 16 ottobre 2014

Petrolio a volontà!

Il 6 Maggio 2013 scrissi un post (che potete trovare con la funzione "cerca" all'interno del blog) dal titolo "Lo studio Morse per il 2020". In esso evidenziavo i risultati a cui arrivava proprio Ed Morse analizzando gli scenari prossimi venturi per il petrolio, soprattutto in relazione alla nuova e rivoluzionaria tecnica estrattiva denominata "Fracking": gli USA, secondo Morse, entro appunto il 2020 sarebbero stati completamente autosufficienti per quanto riguardava il fabbisogno di Oro Nero, potendo contare, insieme al Canada, su enormi giacimenti argillosi pieni di particelle di petrolio. Ricordavo allora che il prezzo di mercato efficiente per questo tipo di tecnica estrattiva era intorno ai 60 $ al barile: in altre parole, estrarre attraverso il fracking il cosiddetto "Shale Oil" sarebbe stato economicamente conveniente fin quando il prezzo del petrolio al barile non fosse sceso sotto tale livello.
Ebbene, Ed Morse si è sbagliato: gli USA sono diventati praticamente autosufficienti da pochi mesi, con quasi 6 anni di vantaggio. Non solo. Cominciano ad essere esportatori netti!.
Pochi giorni fa la prima nave container piena di petrolio e proveniente dall' America è sbarcata sul suolo italico.
Questa è una rivoluzione.
In quello stesso post sottolineavo come probabilmente, a seguito di questa completa autosufficienza energetica, gli USA avrebbero perso molto interesse a tenere politicamente sotto controllo il Medio Oriente.
A riprova di ciò basta osservare quanto blandamente Obama sta combattendo l'autoproclamato Califfato "Isis". Un gruppo di fondamentalisti islamici ha in mano praticamente mezzo Iraq, è alle porte della Turchia (paese della Nato) e tutto quello che sanno fare gli americani è mandare droni. Per molto meno (ma allora il petrolio iracheno era fondamentale) si sono fatte due guerre di terra nello stesso paese!.
Ebbene oggi il prezzo del petrolio è ai livelli più bassi del 2014: appena sopra gli 80 $ al barile per il "Light Crude". Cinque anni fa costava 150 $. Tre mesi fa eravamo abbondantemente sopra i 100 $. La domanda è scontata: perchè questa discesa?.
La risposta più convincente non è la più scontata, ossia quella che vorrebbe un prezzo in discesa per via della crisi economica che attanaglia il mondo: meno consumi uguale meno petrolio. Certo, incide, ma non così tanto.
La vera risposta è che due paesi stanno inondando i mercati di petrolio a volontà, offrendone a piene mani, con feroci sconti di listino, determinandone di fatto la discesa violenta dei prezzi. Ma il paradosso, perchè di paradosso vero e proprio si tratta, è che questi due paesi sulla produzione di petrolio fondano la loro economia, perchè ne sono tra i più grandi produttori del mondo: Arabia Saudita e Iran.
Il motivo di questo atteggiamento apparirebbe inspiegabile se non si avesse a mente lo studio di Morse e quanto ho scritto all'inizio: Arabia Saudita ed Iran vogliono "far fuori" dal mercato degli esportatori di petrolio gli USA. Di conseguenza, sapendo bene che estrarre con la tecnica dello Shale Oil diventa antieconomico con un prezzo al barile inferiore ai 60 $ il loro obiettivo è chiarissimo: portare il prezzo più giù di quel livello, obbligando di fatto gli americani a cambiare strategia, o quanto meno a rallentare nei ritmi estrattivi.
In fondo, mentre gli States fanno una "fatica" boia ad estrarre oro nero da rocce argillose, con un tecnica invasiva e con molti effetti collaterali, Arabia e Iran invece non hanno bisogno che di una trivella che faccia un buco nel terreno. E neanche tanto profondo. Con una tecnica sostanzialmente vecchia di 100 anni e senza bisogno di grande innovazione tecnologica.
A questo punto so bene quale sarà, se avrete avuto l'ardire di arrivare a leggere fin qui, il vostro primo pensiero...." è come quel marito che per fare un dispetto alla moglie si tagliò le.......".
Già, proprio così!!.


martedì 14 ottobre 2014

Correzione

Da qualche giorno i mercati azionari hanno preso la via della correzione, uno storno significativo e ad oggi certamente il più pesante del 2014.
Dopo i massimi storici delle scorse settimane, infatti, il Dow Jones ha perso circa il 5%, così come lo S&P 500. Un pò peggio ha fatto il Nasdaq. L'Europa naturalmente non è stata immune dalle vendite, e così il Dax, l'indice della borsa tedesca, dai massimi in area 10.000 punti è approdato ieri a poco più di 8.800. Meno 12%.
Come a solito si cercano i motivi (o le scuse...) che possano giustificare questa ondata di "lettera" sui mercati. L'umana natura ha sempre bisogno di fornire una spiegazione razionale ad ogni evento, specie se infausto, ed i mercati azionari non sfuggono alla regola.
Posso dire che di motivi ce ne sono, a cercarli, fin troppi: un prezzo del petrolio particolarmente basso, il timore che la ripresa americana sia più fragile del previsto, l'epidemia Ebola che sembra sempre più fuori controllo (nelle aree africane in cui si è più sviluppata), etc etc...
Tutti motivi validi, ma non sufficienti per parlare di un problema "vero", strutturale, che potrebbe compromettere il trend comunque rialzista degli ultimi anni.
Insomma, al momento siamo all'ennesima mini-correzione di questo 2014, che come pensavo  si è rivelato molto più volatile degli anni precedenti.
Ecco, il tema della volatilità attuale mi pare il più intrigante: drogati da anni di politiche economiche accomodanti i mercati azionari sono stati come cloroformizzati, con conseguente azzeramento della volatilità, che ne rappresenta un pò l'essenza più profonda. L'anima. Ora che la Fed, ed in parte anche la Boj, di fatto hanno lasciato intendere che prima o poi si dovrà tornare alla normalità i mercati cominciano a svegliarsi, ritrovando quell' "effervescenza" a cui per troppo tempo si erano disabituati.
Bollicine....


venerdì 3 ottobre 2014

Gross terremoto....

Ho atteso qualche giorno per scrivere questo post. Essendo più o meno coinvolto dall'evento, seppure marginalmente, era importante per me avere un quadro della situazione il più preciso possibile. Per la verità non credo di aver raggiunto l'obiettivo. Risposte da dare ne ho poche e certamente non esaurienti.
Ma veniamo al dunque: Bill Gross, fondatore e capo indiscusso di Pimco, la più grande casa di investimenti obbligazionari al mondo, ha lasciato la sua creatura. Dimissioni in tronco, con effetto immediato. Dal prossimo lunedì lavorerà per Janus, altra casa di investimenti americana, andando a gestire un fondo obbligazionario "unconstrained".
Le domande che tutti si sono fatti in questi giorni, dato il clamore della vicenda (Bill Gross in Pimco gestiva il più grande fondo obbligazionario del mondo, il "Total Return", che ancora oggi ha masse per circa 220 miliardi di $) sono essenzialmente tre:
1) Se ne è andato o è stato cacciato?
2) La sua partenza è legata in qualche modo all'indagine della Sec su un Etf da lui gestito?
3) Cosa accadrà da qui in avanti a Pimco?.

Riguardo alla prima posso dire che è la domanda che trova più elementi di risposta. Personalmente penso che Gross sia stato caldamente invitato a dare le dimissioni da Pimco. In primavera, a seguito di diverbi sempre più accesi con lui, aveva lasciato Pimco El- Erian (che ha poi giustificato la sua dipartita con motivazioni strettamente personali, alle quali francamente credo poco). Poi una gestione della società che pare Gross attuasse con sempre meno collegialità. Una guida si carismatica ma anche autoritaria e sembra a tratti dispotica.
Peraltro, dagli ultimi "Outlook" mensili  di Gross si percepiva, tra le righe, un certo fastidio, una stanchezza forse anche mentale.
In ordine al secondo punto, da qualche mese pare che la Sec, l'organo di controllo equivalente della nostra Consob, abbia aperto un'indagine su un prodotto Etf di Pimco, gestito da Gross. L'accusa parla di un meccanismo di rivalutazione delle quote di alcuni prodotti acquistati dall'Etf che sarebbero non conformi a quanto prescritto. In sostanza, le quote sarebbero state gonfiate irregolarmente. Qui non posso dire alcunchè, se non che il prodotto in questione non è distribuito in Italia e non si tratta di una sicav ma di un Etf. Conoscendo però la serietà della casa madre di Pimco, cioè Allianz, e la casa americana stessa, mi pare alquanto difficile ipotizzare una volontarietà in operazioni di questo tipo.
La terza risposta è impossibile da pronosticare. Si può dire che nei giorni successivi all'uscita di Gross i fondi di Pimco, a livello di quotazioni, non ne hanno risentito. Le oscillazioni giornaliere, in più o in meno, sono assolutamente in linea con quelle del passato. In più bisogna dire che OVVIAMENTE ci sono centinaia di persone che lavorano per Pimco, e dunque nessuna grande società va in crisi se il suo leader lascia il timone. Si pensi ad Apple dopo la scomparsa di Jobs.
Pimco ha sostituito Gross con Ivascyn, un gestore pluripremiato da Morningstar e che già da tempo lavorava per la casa di Newport Beach. Migliore scelta probabilmente non poteva fare.
Certo Gross, che pure recentemente sembrava aver perso il dono della bacchetta magica, ha dietro di se una clamorosa carriera fatta di performances impressionanti.
Ora per lui si apre una nuova strada, ma il soprannome "Re dei Bond" non glielo toglierà nessuno.  


mercoledì 24 settembre 2014

Avanti un altro!

Per la serie "sotto a chi tocca", o se preferite "avanti un altro", da qualche giorno un nuovo incubo default percorre i desks degli operatori finanziari. Stavolta, sotto la lente d'ingrandimento, è finito il Venezuela. 
Paese ricchissimo, pieno di giacimenti petroliferi (e non solo), il paese ancora orfano del carismatico leader Chavez, attualmente sostituito dal mediocre Maduro, in questi giorni vive ore di forti tensioni. L'inflazione è oltre il 60% annuo e la moneta locale, il Bolivar, si svaluta ogni giorno di più. Ad Ottobre, poi, il Venezuela dovrà rimborsare due bond per un totale di circa 4,5 miliardi di $ e non è ancora chiaro come e se riuscirà ad adempiere ai suoi debiti.
Non a caso, i CDS (i credit default swaps, sorta di assicurazioni contro il default di un paese impossibilitato a rimborsare i suoi titoli) sono schizzati in pochissimi giorni a vette inesplorate, decretando di fatto uno stato di massimo allarme.
Strano, come detto, per un Paese che siede sui più grandi giacimenti petroliferi del mondo. O forse no, visto che lo stesso oro nero da tanti mesi viaggia su prezzi decisamente inferiori alla soglia dei 100 dollari a barile.
Otto giorni fa Standard&Poor's ha declassato il rating del Venezuela a CCC+, ad un passo da "D" che come sapete sta per Default (fallimento). Certo oggi il paese del compianto Chavez è considerato da tutti il più pericoloso e speculativo tra gli stati sudamericani. Più dell'Argentina, tanto per capirci. 
Nel frattempo le scommesse sono aperte: per i pessimisti le scadenze dell' 8 e del 28 Ottobre non saranno onorate, e Maduro sventolerà bandiera bianca.
Per gli ottimisti nessun panico: in fondo il Venezuela incassa ogni anno 85 miliardi di $ dall'esportazione del suo petrolio e pagare 4,5 mld di $ di bond non dovrebbe essere un gran problema.
Sta di fatto che ancora in moltissimi si chiedono (forse retoricamente, perchè la risposta è molto probabilmente nella "struttura" di comando) come possa questo paese essere arrivato a tale stato di miseria e povertà con simili ricchezze nascoste sottoterra.
La foto di oggi è il grafico dei CDS venezuelani che mostra l'imperiale impennata del rischio.




venerdì 12 settembre 2014

Il referendum scozzese

Il prossimo 18 Settembre, notizia ormai già ben battuta dagli organi di informazione, la Scozia deciderà il suo destino: rimanere nel Regno Unito o diventare uno stato indipendente. Il referendum fu fissato un paio d'anni fa, ma solo da qualche giorno l'opinione pubblica ne è stata edotta. Questo perchè finora tutti i sondaggi, tranne uno (il penultimo ad oggi), davano per schiacciante la vittoria degli Unionisti, cioè di coloro decisi a rimanere all'interno del Regno Unito. Poi questo sondaggio che ha ribaltato, provvisoriamente, il risultato: Indipendentisti avanti di un paio di punti. Si potrebbe profilare quindi un testa a testa, con un finale tutt'altro che scontato.
E' piuttosto semplice prevedere che in caso di vittoria degli Unionisti i mercati non avrebbero ripercussioni di alcun tipo, nè positive nè negative. Il referendum sarebbe visto come poco più di un velleitario tentativo autonomista.
In caso di vittoria degli  Indipendentisti, invece, il quadro potrebbe essere più complicato: in fondo, si avrebbe la nascita di un nuovo stato, con pesanti ripercussioni economiche per l'Inghilterra. Dimissioni (probabili) di Cameron e del suo governo, forte svalutazione della sterlina, rialzo dei rendimenti dei titoli inglesi (Gilt), probabile rafforzamento dell'Euro. Insomma, un'ottimo motivo per avviare una correzione sui mercati che potrebbe essere nell'ordine di 5-10% punti percentuali sull'azionario.
E poi, passata la prima ondata emotiva?. Poi immagino si tornerà a parlare dei soliti problemi, in fondo più decisivi di questo.
L'esito di questo referendum appare veramente appeso ad un filo, anche se negli ultimissimi giorni molte aziende di rilevanza nazionale con residenza fiscale ad Edinburgo hanno fatto endorsments a più non posso a favore degli Unionisti. La loro tesi, viziata certamente da interessi economici di parte di non poco conto, è che la vittoria degli Indipendentisti creerebbe tutte le condizioni per lasciare la Scozia e domiciliarsi altrove.
Di certo, la Bank Of England si è affrettata a dire che in caso di vittoria degli Indipendentisti gli stessi dovranno sbrigarsi a farsi una moneta in proprio: la sterlina, così come invece auspicavano i fautori del referendum, non "cadrà" mai in mano scozzese.


venerdì 5 settembre 2014

Il braccino di Mario e la clava di Weidmann

Dunque ieri il nostro Mario Draghi ha compiuto un altro passettino avanti verso una convincente politica monetaria espansiva.
Riduzione dei tassi di interesse  all'ormai prossimo 0% (adesso siamo allo 0,05%), impegno ad operazioni di acquisto di ABS (asset backed securities), impegno "verbale" a tenere aperto qualsiasi scenario relativo ad un eventuale "quantitative easing" in salsa europea.
Basterà tutto questo per rilanciare la famigerata crescita?. Saranno sufficienti queste pur lodevoli iniziative per far uscire l'Europa dal baratro della deflazione in cui sta lentamente ma inesorabilmente scivolando?.
Personalmente non credo.
Continua ad essere troppo poco. Vediamo: la riduzione dei tassi (di rifinanziamento, di riferimento e quello sui depositi) è certamente un bel passo avanti, peraltro già da molti analisti previsto. Ma il taglio è stato su tutti i tassi dello 0,10%, cioè molto poco. Abbastanza bene anche l'aumento al -0,2% (dal precedente -0,1%) del tasso sui depositi presso la Bce da parte delle banche (in pratica una banca che lascia i suoi soldi alla Bce non solo non riceve interessi ma deve pagarne- appunto lo 0,2%- per il "servizio"), in modo tale da costringerle ad impiegare le ampie risorse a disposizione invece che a parcheggiarle presso Francoforte.
Bella misura, ma perchè non essere più aggressivi e portare quel -0,2% ad un più poderoso -0,5%?. Benino anche per la decisione di cominciare a comprare ABS, i titoli non propriamente di massima affidabilità in capo alle banche, ma perchè affrettarsi subito a dichiarare che si compreranno solo quelli "semplici e trasparenti" (parole di Draghi)  senza invece spingere sull'acceleratore e fare come la Fed, cioè comprarli tutti, anche e soprattutto quelli più "tossici"?. In fondo, se vuoi ripulire una cantina sudicia non puoi limitarti a dare una spolverativa, hai bisogno di un aspirapolvere potente!, Insomma, il solito refrain: facciamo qualcosa ma senza esagerare. Del resto, qualcuno che usa la clava in Bce c'è, e si chiama Weidmann, il rappresentante della potente Bundesbank tedesca. Il falco per eccellenza, colui che si è sempre opposto a qualsiasi manovra espansiva della Bce. Weidmann vota sempre contro la maggioranza di Draghi, e quando parla...tuona!.
E senza Weidmann si può fare poco e quel poco, scommetto direbbe Draghi se potesse...."fatevelo bastare"!.
p.s.: la foto di oggi è il volto del "Mastino" Weidmann!



lunedì 25 agosto 2014

L'incredibile previsione di Laszlo Birinyi

Laszlo Birinyi è un analista finanziario e proprietario della "Birinyi Associates", società di consulenza in assets managments. Insomma, si occupa di mercati, in particolar modo dei mercati azionari. 
E' un personaggio piuttosto pittoresco, non distante da altri di cui ho avuto modo di parlare in questo blog: Warren Buffett, George Soros, Bill Gross, etc...
Certo però che nessuno come lui, quattro anni fa, ebbe il coraggio ed il fegato di esporsi tanto in una previsione finanziaria  che al momento si sta, incredibilmente per le dimensioni della stessa, avverando. Nel 2010 l'amico Laszlo la sparò grossa, grossissima: il rialzo del mercato azionario americano non si sarebbe interrotto prima di aver raggiunto la stratosferica soglia di 2.400 punti dell'indice S&P 500. 
In quello stesso anno l'indice in questione viaggiava a meno della metà. Fu preso per un pazzo, anzi, per dirla tutta data l'età, per un rincoglionito!.
Oggi siamo ad un soffio dai 2.000 punti ed alla meta mancherebbe ancora un 20% di rialzo. Ancora tanta strada, malgrado le valutazioni comincino ad essere un pò tirate.
Birinyi pochi giorni fa ha addirittura rilanciato: per fine 2014 arriveremo a 2.100 punti di S&P 500. Il che significa che a suo parere l'indice guadagnerà nei prossimi 4 mesi un bel 5%.
Un uomo dalle convinzioni granitiche, non c'è che dire. O forse un uomo che molto più prosaicamente l'ha "buttata là"; o la va o la spacca. 
Per il momento.....va.


lunedì 18 agosto 2014

Estate fredda, Autunno caliente.

Arrivati al 18 Agosto si può praticamente dire che l'estate, per quest'anno, ormai è finita. Sia da un punto di vista meteorologico (peggio di così proprio non poteva andare) che finanziario, con i mercati che hanno passato i primi giorni di questo mese a spurgarsi da qualche eccesso e che proprio nelle ultime sedute sembra abbiano ricominciato a correre. Azionario ed obbligazionario, a braccetto. Qualche anomalia certo è presente e va tenuta fortemente sotto osservazione: ad esempio, è un perfetto controsenso l'andamento positivo dell'azionario e contemporaneamente l'andamento, altrettanto positivo, dei titoli obbligazionari più sicuri del mondo, i Bund tedeschi.
I mercati cercano cioè il rischio (azionario) ma anche la sicurezza (bund): il decennale tedesco è ai minimi storici, offrendo un rendimento poco sopra l'1% lordo....
Detto questo, però, credo che i pochi giorni che ci separano dall'inizio di Settembre non offriranno grandi novità. Avevo previsto un'estate tutto sommato tranquilla e così sta andando.
Penso invece che l'autunno, questo si, sarà molto caldo, specie per l'Italia. Il paese è di nuovo entrato in recessione, i prezzi scendono drammaticamente (deflazione), sale la disoccupazione ed il debito pubblico è ormai fuori controllo o quasi: 136% del Pil in forte aumento. Se si va avanti così alla fine del 2015, è matematica, arriveremo al 150%.
Impossibile sopravvivere a tali livelli con uno spread a 170 o giù di lì: il differenziale è destinato ad aumentare, forse anche in modo brusco e vertiginoso.
Dovranno essere prese decisioni drastiche, draconiane, fino alla rinegoziazione del debito. Pena un trascinamento della situazione che porta solo al collasso totale.
Godiamoci questi ultimi giorni di quiete....sperando in un pò di sole.



giovedì 31 luglio 2014

Tanto tuonò che alla fine piovve....Argentina adios

La telenovela sembra essere finita stamattina alle 6 ora italiana: l'Argentina non ha trovato un accordo con i suoi creditori (si vedano i tanti miei posts che parlano dell'argomento fin dal 2012) e dunque non ha rimborsato i suoi bonds. Il risultato è chiaro: il paese ha fatto default, fallimento. Per la precisione, e non è un dettaglio di poco conto, "selective default", vale a dire che l'Argentina non ha rimborsato solo una parte dei suoi titoli di stato. Sono comunque 539 milioni di $, che non rientreranno nelle casse dei creditori. Per i dettagli rimando sempre a quanto ho già scritto in passato.
Il debito argentino, nel mercato dei paesi emergenti, rappresenta comunqe solo l' 1% del totale, per cui in teoria il problema sarebbe molto circoscritto. Non avendo più avuto dal primo default praticamente accesso ai mercati internazionali l'Argentina ha vissuto un periodo di autarchia finanziaria che le ha "consentito" di non indebitarsi troppo con l'estero (per fortuna!), ma questo secondo stato di insolvenza potrebbe essere un detonatore nel mondo dei bonds emessi da realtà finanziariamente "esotiche", come la Nigeria od il Nicaragua, paesi i cui titoli, grazie agli ovvi alti rendimenti sono stati assai ben comprati. 
Le ripercussioni reali sui cittadini argentini si faranno sentire subito: aumenteranno i tassi sui mutui, sui finanziamenti, sugli scoperti di conto, etc...Diminuirà ancor di più il credito, con conseguenti pesanti sull'economia di un paese il cui tasso di inflazione "reale" sfiora ormai il 40%.
Le prossime giornate saranno da seguire intensamente. Per il momento i mercati sembrano aver ignorato o quasi il tutto, sia sul versante azionario che su quello obbligazionario. Probabilmente il dato sul pil americano del secondo semestre, che ha segnato un +4% dopo il -2,1% del primo (rivisto dal -2,9%) ha indotto tutti gli operatori a guardare il pezzo di cielo terso piuttosto che quello perturbato.




martedì 29 luglio 2014

0,236%. Quando a comprar Bot ci si rimette...

0,236%. E' il rendimento, LORDO, che hanno ottenuto oggi i sottoscrittori dei Bot (Buoni Ordinari del Tesoro) con durata semestrale. Molto più di una miseria, ma un vero e proprio rendimento negativo. A questo tasso, infatti, vanno sottratte alcune voci:
1) la tassazione sulle rendite finanziarie, ferma per i titoli di stato al 12,5%.
2) l'imposta di bollo dello 0,02% (la c.d. "mini patrimoniale")
3) le commissioni di sottoscrizione del titolo, fino allo 0,3% (ogni banca può applicare fasce diverse)
4) il costo per la tenuta del dossier titoli (gestione e amministrazione del Bot): si arriva anche a 50/60 € annui.
Mi sono preso la briga di fare il calcolo per determinare il "rendimento" odierno di un risparmiatore che avesse comprato 10.000 € di Bot semestrali allo 0,236%: ebbene, anche considerando un costo minimo di tenuta dossier titoli pari a 20 € annui ed una commissione di sottoscrizione dello 0,2% il risultato sarebbe una PERDITA NETTA di 19,5 €. E senza considerare l'imposta dello 0,02%......
Avete capito bene!. Comprare oggi un Bot a sei mesi comporta una rimessa di 19,5 €. Non c'è che dire, un ottimo investimento!!.




venerdì 11 luglio 2014

Draghi e l'Espirito Santo

Da qualche giorno sui mercati azionari comincia a vedersi un abbozzo di correzione. L'avevo preannunciata, ma non pensavo arrivasse appena due giorni dopo il mio post. Per la verità, di correzione vera e propria non si può ancora parlare, perchè non si è espletata completamente. Ma di abbozzo, come detto, certamente si. Ebbene, come al solito fioccano in queste ore le possibili notizie scatenanti la discesa dei corsi. Chi avesse perso tempo a leggere i miei posts sa che ritengo spesso le stesse notizie soltanto delle scuse per scendere. Quando i mercati salgono troppo, e troppo in fretta, e lo fanno magari ingiustificatamente, hanno poi bisogno di "fermarsi a bere", di prendere fiato. E dunque ogni scusa è buona.
Quella di stavolta sembrerebbe essere la difficoltà della più grande banca privata portoghese, il  Banco de Espirito Santo: un paio di giorni fa ha annunciato l'impossibilità della sua controllata in Lussemburgo di rimborsare una serie di sue obbligazioni bancarie, scatenando l'ovvio panico tra i risparmiatori che le avevano sottoscritte. Panico che poi ha cominciato a serpeggiare tra i mercazi azionari, spaventati non tanto dalla banca portoghese, quanto piuttosto dal sospetto che gli stress-test che partiranno tra poco potrebbero scoperchiare bollenti pentoloni. Il risultato è stato dunque un paio di punti di discesa dei mercati azionari ed un rialzo degli spreads dei paesi periferici contro il Bund tedesco, sceso ai minim storici: rendimento dell'1,20% lordo annuo sul titolo a 10 anni!. Spreads quindi saliti non per "colpa" dei titoli deboli ma per la forza del titolo teutonico.
In realtà, quella che potrebbe davvero innescare una correzione più profonda, è la percezione che le manovre decise dalla Bce il 5 Giugno scorso (ed io, senza falsa modestia, lo avevo scritto) siano state troppo deboli e troppo tardive.
La situazione economica complessiva dell'Eurozona è sempre la stessa, anzi a me pare peggiorare di giorno in giorno: bassa crescita, debito in aumento, e soprattutto fase DEFLATTIVA in pieno svolgimento.
Se tra qualche settimana passeremo dalla percezione alla realtà allora si che vedremo una correzione in piena regola, con i mercati probabilmente in flessione di un buon 10%.


venerdì 4 luglio 2014

Time for fireworks!

"Time for fireworks: Dow tops 17000!" è il titolo di apertura odierno dell'edizione online del portale economico-finanziario della Cnn.  "E' tempo di fuochi d'artificio", dunque. Ebbene si, "finalmente" ieri sera il Dow Jones, l'indice azionario americano delle 30 principali società quotate a Wall Street ha toccato e chiuso sopra questa fatidica soglia per la prima volta nella sua storia.
Precisamente 17.068,26. Nuovo massimo assoluto. E pure lo S&P 500 non scherza, essendosi portato ormai a ridosso della poderosa soglia psicologica dei 2.000 punti. 
Il carburante a questa fiammata rialzista è di origine piuttosto....ignota. I dati economici che continuano ad arrivare da oltre oceano sono contraddittori, come è sempre stato negli ultimi mesi. Continua a scendere la disoccupazione ma il Pil del primo trimestre è stato terribile (-2,9%!). Continuano a migliorare alcuni indici manifatturieri ma l'immobiliare resta sostanzialmente al palo. La Fed riduce gli stimoli monetari ma lascia ampiamente capire che di aumento dei tassi non si parlerà prima del 2016. In più, non c'è traccia di inflazione in tutto il mondo, perchè come ho scritto la moneta non circola. E non circola perchè non si consuma.
Dunque un quadro decisamente grigio, eppure le borse continuano, seppur non in forma euforica come accadde alla fine del millennio, a salire.
A questo punto credo che andrà bene ancora un pò, ma poi una nuova correzione, la seconda dell'anno, sarà di nuovo inevitabile. 
Godiamoci il momento, ma allerta massima. I fuochi d'artificio sono bellissimi, ma non durano a lungo...




mercoledì 2 luglio 2014

Irlanda e ancora Irlanda!

Oggi è uscito l'ennesimo dato positivo sul tasso di disoccupazione in Irlanda. 11,6% nel mese di Giugno 2014, contro il 13,3% di un anno fa e soprattutto contro il 15,1% di due anni fa (sempre Giugno). Il 3,5% in meno di disoccupati in soli due anni, un dato fantastico.
Ho parlato di questo paese, e dei suoi sforzi durissimi per uscire da questa recessione in parecchi post, nel passato. Fin dal 2012 l'Irlanda ha cominciato a vedere forti miglioramenti nei suoi conti pubblici. E' tornata sul mercato dei capitali, ha visto scendere tantissimo i suoi spreads contro i titoli tedeschi e soprattutto cresce.
E non inganni il dato negativo del 2013, con un Pil in lieve discesa dello 0,3%: tutta colpa della scadenza del brevetto del Viagra di Pfizer!.
Irlanda dunque vero esempio per i paesi europei in difficoltà (praticamente tutti eccetto Germania e qualche realtà "satellite").
La dimostrazione che quando si fa sul serio i risultati arrivano....e pure senza Viagra!.




lunedì 23 giugno 2014

Telenovela Argentina

Più volte sul blog ho parlato del possibile nuovo default dell'Argentina, dopo quello disastroso della fine del 2001. Nel Novembre del 2012 scrissi due posts sull'argomento; l'opinione comune, negli ambienti finanziari, era che non se ne sarebbe fatto nulla, e che tutto sarebbe finito in una bolla di sapone. Poi ne parlai ancora nel 2013, quando un primo giudizio di un tribunale di New York  sembrava sancire, di fatto, il default.
Nelle ultime settimane il problema è riemerso, più virulento di prima: la Corte Suprema degli USA ha infatti imposto all'Argentina di rimborsare TUTTO l'intero importo del debito rinegoziato successivamente al primo default del 2001.
Le cose andarono così: dopo il primo default, il governo argentino concordò con gli Stati creditori e con quasi tutti i soggetti investitori privati una rinegoziazione del debito, che prevedeva rimborsi molto inferiori ai capitali investiti ed in tempi molto più estesi di quanto originariamente stabilito. Quasi tutti i creditori aderirono al concordato, ma non tutti. Alcuni hedge funds americani non ne vollero sapere, e cominciarono una lunga battaglia legale, pretendendo il rimborso fino all'ultimo dollaro. Dopo 13 anni questi stessi fondi hanno ottenuto importanti vittorie giudiziarie, ed ora la Corte Suprema degli Usa ha stabilito che qualora l'Argentina pagasse i vecchi debiti rinegoziati (ed alla fine di questo mese sono in scadenza alcune cedole di titoli di allora) allora dovrà, CONTEMPORANEAMENTE, pagare anche tutti coloro, e per intero, che non hanno aderito al concordato. 
Di fatto, un salasso impossibile da onorare per le casse (già molto malmesse) dello stato argentino. 
Che così, per tagliare la testa al toro, ha deciso che a fine mese......NON PAGHERA' NESSUNO. Nè i creditori allora accondiscendenti nè quelli, sempre di allora, recalcitranti.
Così, per non fare torto a nessuno....
Ora siamo alle trattative, frenetiche, per trovare un nuovo accordo entro fine mese. La telenovela continua, ma stavolta sembra proprio  di essere all'epilogo.


lunedì 16 giugno 2014

120/130/150

Il titolo è criptico, lo so. Per la verità, non sapevo come titolare il post e così ho pensato di andare subito al dunque. Questi tre numeri rappresentano lo spread, rispettivamente ed in ordine, di Stati Uniti, Spagna ed Italia contro la Germania.
Dunque il differenziale di rendimento tra i titoli di stato decennali americani, spagnoli e italiani contro quelli tedeschi, praticamente benchmark mondiale.
Addirittua, fino a non tanti giorni fa, il Bonos spagnolo si permetteva il lusso di pagare un rendimento inferiore a quello americano!. Dove sta la polpa del ragionamento?. Semplicemente nel fatto che questi differenziali sono troppo ristretti. Anormalmente vicini. Può un paese forte come gli Stati Uniti, dotato di sovranità monetaria, con crescita buona, pagare sui propri titoli un tasso di interesse simile a quello spagnolo, e poco più basso del nostro?.
Gli Stati Uniti hanno un tasso di disoccupazione poco oltre il 6%. Noi siamo oltre il 12%, la Spagna è sopra il 20%. La Fed continua ad essere fortemente espansiva, più della BCE, che solo una decina di giorni fa ha imboccato la stessa strada.....Eppure, i numeri sono questi. E l' Euro resta molto forte, neanche scalfito dalle misure prese da Draghi (che pure ci sperava e non poco in un indebolimento della moneta europea).
Qualcosa non torna, e questa è un'anomalia grossa....



venerdì 6 giugno 2014

Tutto qui mister Draghi?

Lo confesso subito, almeno mi tolgo il dente: mentre ieri tutti gli organi di informazione, specializzati e non, plaudevano alle presunte mirabolanti decisioni di politica monetaria della BCE, il sottoscritto è rimasto molto deluso.
Sarò presuntuoso, ad andare così contro corrente, ma sinceramente mi è difficile dare un giudizio positivo sull'operato di Draghi.
Ha fatto il compitino, niente di più.
Resta "dietro la curva", come si dice in gergo. Il ruolo di una banca centrale, invece, dovrebbe essere quello di essere davanti alla stessa, "behind the curve". Perchè se sei davanti vedi il tratto di strada successivo a quello che stai percorrendo, se invece sei dietro sei solo ad inseguire, affannosamente.
Dopo 6 lunghi anni di recessione ci volevano misure da ordigno nucleare. Draghi si è limitato a tirar fuori la pistola. Per carità, in assoluto sono azioni forti, ma non sufficienti per il contesto che stiamo vivendo. E' vero, ha promesso azioni future, ma le promesse, come ho scritto nel post precedente a questo, sono solo "forward guidance"....
Dunque vediamo: una limatina ai tassi, ora allo 0,15%; un tasso negativo sui depositi overnight (misura giusta ma indicare -0,1% significa prendersi in giro) che non convincerà le banche a non lasciare soldi alla BCE (in fondo è un piccolo obolo da pagare....); un nuovo Ltro, ridenominato Tltro (la sostanza cambia poco e l'operazione è nettamente inferiore alle due precedenti-400 mld di € contro i 1.000 di due anni fa); la continuazione del programma di acquisto di Abs.
Insomma, certamente nel breve termine potranno esserci benefici in termini di riduzione degli spreads e andamento dei mercati, ma sul medio (mesi) e lungo (anni) termine non mi pare che ci sia molto da sperare. L'impressione che ne ricavo è che si stia tentando di dar da bere ad un moribondo con la cannuccia....


martedì 3 giugno 2014

Comincia l'estate...

A leggere il Meteo sembra proprio che da giovedì comincerà l'estate, con temperature in forte rialzo e bel tempo un pò dappertutto. E sarà un giovedì caldo anche per i mercati, perchè dopodomani Draghi dovrà gioco forza terminare la sua azione di forward guidance e cominciare a passare ai fatti, all'azione. In un modo o in un altro, il capo della BCE dovrà prendere atto che tutte le misure prese in passato hanno avuto effetti insufficienti per stimolare la crescita, e che dunque nuove manovre, molto più profonde, vanno immediatamente decise.
Draghi in questi anni è stato bravo, a tratti fenomenale. Soprattutto nella fase in cui ha evitato che l'Euro fosse affossato dal debito dei paesi periferici. E' stato eccellente nella gestione della Grecia, e forse più ancora in quella dell' Italia, quando con lo spread a 570 si presentò in conferenza stampa e disse al mondo intero che avrebbe fatto tutto quello che era nelle possibilità della BCE per evitare il default. E, disse con tono da vecchio cowboy americano degli anni '50, "vi giuro che sarà sufficiente". 
Forward guidance.....
Ora però il problema è più serio: in Europa, ormai lo sanno tutti ma si fa finta di non vedere, non solo non c'è crescita.....c'è deflazione. L'inflazione cala continuamente, i consumi pure. Inevitabile che i prezzi scendano, in una spirale terribile. Molti già parlano di Triple Dip.
Dunque la strada sarebbe tracciata: fare come ha fatto la Fed, inondare i mercati di liquidità. Ma....c'è un ma grande come una montagna. Il dato della scorsa settimana sul Pil americano è stato, come ho scritto, una secchiata di acqua gelida. Il rischio è quello di imbarcarsi in una strada impervia senza uscita. Il pericolo è quello di procedere ad un massiccio piano di politica monetaria espansiva per poi ottenere, magari, solo un paio di trimestri decenti e ricadere velocemente in recessione....Triple Dip appunto...
Sarebbe una beffa: ci ritroveremmo punto e a capo ad affrontare la terza recessione dal 2008 con però un debito complessivamente salito nel mondo del 30% rispetto a 6 anni fa.
Giovedì farà senz'altro molto caldo....

p.s.: Maggio è terminato. Avevo previsto per quest'anno che non ci sarebbe stato il solito "Sell in May" e mi è andata bene. I mercati sono anche cresciuti un pò, proprio come mi aspettavo. Vietato l'insulto, dunque!.


giovedì 29 maggio 2014

Male il Pil USA nel 1° trimestre

Da pochissimi minuti è uscito il dato sulla revisione del Pil Usa nel primo trimestre. In prima lettura si era avuta una discesa dello stesso dello 0,1%. In questa seconda lettura, che sostanzialmente si concretizza in un processo di revisione e verifica del dato precedente (a seguito di una serie di approfondimenti tecnici), il dato è di -1% su base trimestrale!.
Una brutta bastonata, dato che le previsioni degli analisti erano addirittura per una crescita dello 0,6%. Per un paese che aveva la pretesa di crescere su base annua del 3% per il 2014 direi che questa secchiata di acqua gelida rende di fatto impossibile raggiungere il risultato sperato.
Probabilmente, anche se al momento i mercati sembrano snobbare la notizia, avremo una serie di conseguenze a livello di politica monetaria:
-La Fed potrebbe rivedere il suo piano di rientro dal QE3, ammorbidendo il Tapering.
-Il tasso di interesse sul decennale americano, di cui ho parlato tante volte, già rientrato da qualche settimana in area 250 bp, potrebbe cominciare a scendere verso quota 200, a tutto vantaggio del prezzo (e quindi dei fondi obbligazionari).
-La BCE potrebbe cominciare a porsi qualche dubbio prima di intraprendere, dal 5 Giugno prossimo, la strada tracciata dalla Fed, dato che a medio termine i risultati ottenuti non sembrano ottimali.
-I mercati azionari potrebbero prendere la via di una leggera correzione, sfruttando anche il fatto che ormai si viaggia di nuovo, almeno in america, su nuovi massimi.







venerdì 23 maggio 2014

La truffa di Banca Carige

Come sapete ieri è stato arrestato, con l'accusa di truffa, Giovanni Berneschi, ex presidente di Carige (Cassa di Risparmio di Genova) ed attuale vicepresidente di Abi (Associazione Bancaria Italiana). Tralasciando il dato "curioso" che nel giro di poco meno di un anno sono stati arrestati Presidente e Vice dell'Abi stessa, Berneschi è accusato, nella sostanza, di aver sottratto, insieme ad altri sette indagati, soldi dalle casse della banca per fini personali.
Ora, nel mio post del 23 Ottobre scorso, intitolato "Le Magnifiche 12", parlavo delle banche italiane in quel momento in amministrazione straordinaria. Carige era ed è tuttora una di queste.
Allora scrivevo:

Una banca in amministrazione controllata viene commissariata da Banca d'Italia, che procede in questa direzione per vari motivi, che naturalmente spesso cumulano tra loro: cattiva gestione del credito, sofferenze di vario tipo, gravi irregolarità contabili, reati di vario genere commessi dai gruppi dirigenti, etc. A volte si procede al commissariamento  anche quando vengono alla luce ammanchi, buchi di bilancio, sospetti su operazioni di riciclaggio, etc..."

Continuavo così:

" In teoria una banca viene posta in amministrazione straordinaria per tutelare i correntisti della stessa. In pratica spesso si procede a tale operazione quando è troppo tardi, ed il danno è stato già fatto".

Chiudevo il post con l'immancabile foto, la locandina del film "In fuga con il malloppo".....

Che tutto si sia puntualmente avverato non me lo ascrivo a merito, perchè era una previsione piuttosto facile. Come sarebbe stato facile prevedere, in un PAESE NORMALE (ma l'Italia purtroppo non lo è), l'arresto di Berneschi molto prima di due giorni fa......



giovedì 22 maggio 2014

"Riparte" il manifatturiero cinese

E' da poco uscito il dato sull'attività manifatturiera in Cina. E' al livello massimo da cinque mesi a questa parte: 49,7.
Siamo ancora sotto quota 50, spartiacque tra una fase espansiva (> di 50) e recessiva (< di 50) ma il dato è superiore al massimo precedente, che si attestava a 48,1.
In pratica, il segnale è chiaro: le politiche di stimolo attuate dal governo cinese cominciano a dare i loro frutti, in modo anche più veloce del previsto, tanto che il sottoindice relativo alla produzione è a 50,3. La Cina si trova di fronte ad un problema che farebbe tremare i polsi a qualsiasi economia: deve continuare a crescere a ritmi vertiginosi (7-8% annuo) senza scatenare inflazione o bolle speculative (come quella immobiliare). Per riuscire ad ottenere tutto questo è necessaria una politica monetaria raffinatissima, fatta di carota (espansione del credito, misure di stimolo, etc..) e bastone (riduzione dei tassi di sconto, politiche fiscali restrittive, etc). Molto più complesso, paradossalmente, di quanto dovrebbe fare la nostra BCE, cui invece basterebbe concentrarsi solo sulla crescita, dato che non soltanto in Europa non vi è traccia di inflazione, ma al contrario emerge sempre più chiaramente un preoccupantissimo quadro deflattivo.
Riflessi di questi dati molto buoni dalla Cina emergono anche dall'andamento delle borse dei paesi emergenti, tutte in positivo da inizio anno (alla faccia dei guru in giro per il mondo che prospettavo un collasso di questi mercati).



giovedì 15 maggio 2014

Pil Italia negativo nel 1° trimestre 2014

Ormai da anni è così. Puntualmente così. Inesorabilmente così. Governo, Bce, Ocse, e tutti gli istituti finanziari internazionali pronosticano sempre dati di crescita più che rosei per il nostro Paese. "Ripresa nel 2014", "La crisi è finita", "Il peggio è passato", etc....
Credo che ognuno di voi avrà sentito queste frottole più e più volte negli ultimi tempi. Le previsioni sono sempre fauste, sempre positive, sempre ottimistiche.
Poi arrivano i dati, quelli veri, quelli da cui non puoi nasconderti. Ed allora ecco che il quadro muta. Invariabilmente, a primavera di ogni anno, cominciano ad uscire i primi elaborati statistici e di colpo ciò che doveva sembrare fantastico diventa dapprima ottimo, poi buono, poi sufficiente, per arrivare a fine anno a modesto, difficile, deprimente.
Oggi è uscito il dato sul Pil Italiano del 1° trimestre 2014. Ci avevano tutti raccontato che saremmo cresciuti di un +0,5%. 
Abbiamo fatto un  -0,1%, peggio dell'ultimo trimestre 2013, che perlomeno si era chiuso in pareggio.
Scommetto (ma è una scommessa facile da vincere) che subito dopo le elezioni europee tutti ci verranno a dire che la crisi non è finita, che il peggio non è passato e che non lo abbiamo ancora dietro le spalle.....


giovedì 8 maggio 2014

Josè Mujica

Un paio di  sere mi è capitato di vedere la trasmissione "Visionari", condotta da Corrado Augias, in cui si trattava il tema della fine del capitalismo. E si esaltavano le doti "divinatorie" di Karl Marx.
Fin dall'inizio di questa crisi ho sempre sostenuto (e scritto anche qui) che il tempo che stiamo vivendo sarà ricordato come la lunga agonia del Capitalismo. Una pluridecennale (ad andar bene) transizione da un mondo fondato sulla produzione e sul consumo di merci (Terra, Lavoro e Capitale- i tre fattori del Capitalismo) ad uno nel quale il Lavoro sarà effetto e non causa. Vale a dire un mondo in cui si lavorerà solo quando necessario (concetto diverso dalla decrescita).
Una struttura sociale nella quale le merci verranno prodotte solo quando se ne avrà la reale necessità, e non il contrario, come accade oggi. Perchè nella realtà fattuale le merci prima vengono prodotte, in quantità abnormi ed assolutamente spropositate, e poi si induce gli individui a comprarle. Fino a quando il meccanismo ha funzionato, il mondo è andato avanti. Quando si è inceppato una prima volta, a cavallo degli anni settanta con le crisi energetiche, nacque - o meglio, fu definitivamente strutturato "a sistema"- il Credito. 
Era facile continuare il meccanismo di induzione al consumo, ma gli individui avevano terminato le loro disponibilità monetarie. I conti correnti erano a secco. Così nacque il Credito come risposta al bisogno di denaro per scatenare la parte più deleteria del Capitalismo, la sua coda velenosa: il Consumismo.
Ora siamo nella seconda fase, quella in cui neanche il credito riesce più a stimolare i consumi. Sia perchè di credito non se ne fa più, sia perchè quello prodotto di fatto non viene speso (la deflazione mondiale ne è un esempio perfetto).
Ma una spiegazione lucidissima di tutto questo, è nelle parole del presidente dell'Uruguay, Josè Mujica, che vive in povertà e va in giro con i sandali.
La frase la incollo sotto ed è secondo me rivoluzionaria....



"Perchè quando tu compri con i soldi... non stai comprando con i soldi, stai comprando con il tempo della tua vita che hai dovuto impiegare per guadagnare quei soldi. E l'unica cosa che non si compra è la vita. Quindi bisogna essere avari nel modo di spenderla. 

E vedo che l'Umanità è impazzita perdendo tempo. Non ha tempo per i figli, non ha tempo... quando sei giovane non ha tempo per la fidanzata, poi non ha tempo per i figli, poi per un'altra cosa, quindi quando te ne rendi conto sei un vecchio reumatico ed hai passato il tempo pagando la carta di credito, e quant'altro.
Quindi la mia austerità è un modo di mostrare: ragazzo non prendere quel cammino."Jose Mújica




martedì 6 maggio 2014

La nuova tassazione delle rendite finanziarie

Dal 1° Luglio 2014, come sapete, entrerà in vigore la nuova tassazione delle rendite finanziare, che passerà dall'attuale 20% al 26%.
Per evitare confusione ed imprecisioni che in questi giorni non mancano ho pensato di allegarvi una tabella riepilogativa.
Come potete vedere, sostanzialmente ogni forma di risparmio subisce la nuova tassazione, fatta esclusione per i titoli di stato italiani, fermi al 12,5%. Peraltro, ogni strumento di investimento, come ad esempio i fondi comuni, che avessero in portafoglio gli stessi titoli italiani, pagheranno per quella parte sempre il 12,5% (c.d. "white list").
Naturalmente, la nuova aliquota scatterà per le plusvalenze maturate dal 1° in poi. Per fare un esempio: se avete in portafoglio un fondo comune che a fine 2014 avrà maturato il 5% di rendimento, di cui il 3% fino al 30 Giugno ed il restante nella seconda parte dell'anno la tassazione sarà del 20% sul 3% e del 26% sul 2% successivo.



lunedì 28 aprile 2014

Anche quest'anno Sell in May?.

Lo scorso anno, di questi tempi, avevo scritto un post paventando la possibilità di un Maggio 2013 in discreta correzione per i mercati azionari.
La ragione era di tipo statistico: in moltissimi anni del passato il mese di Maggio è stato caratterizzato da ripiegamenti più o meno importanti, ma tutti di una certa consistenza. La statistica è talmente impressionante che gli americani hanno coniato, come ho scritto, un proverbio ad hoc: "Sell in May and go away", vale a dire "Vendi in Maggio e vattene via".
E di fatto, anche lo scorso anno rispettò il proverbio, seppure con un andamento anomalo: nei primi giorni del mese i mercati continuarono a crescere, mentre sul finale di Maggio ci fu una decisa correzione, che finì per divorarsi i rialzi dei giorni precedenti.
Ecco dunque che la domanda si pone anche per questo 2014.
La risposta è, naturalmente, molto complicata ma per quanto mi riguarda voglio scommettere un pò e sbilanciarmi. Poi vedremo se ci avrò preso. Dovessi toppare, avete fin d'ora facoltà di insulto libero!.
Ebbene, secondo me quest'anno a Maggio NON si scenderà. Andremo laterali e forse porteremo a casa anche qualcosa.
La motivazione di un tale (IN)sano ottimismo sta nel constatare che di fatto i mercati azionari ed obbligazionari in questo scorcio d'anno non hanno praticamente nè perso nè guadagnato. Riprendo dunque le considerazioni del post "2-2 e palla al centro" e penso che di fatto non ci siano le condizioni per scendere perchè fondamentalmente.....non si è saliti.
Certo, qualche settore, qualche asset, potrà ben fare storia a se, ma se i prodotti d'investimento nelle vostre mani sono forti, solidi, e soprattutto ben gestiti e diversificati, non credo che soffriranno troppo durante il prossimo mese. Sono quelle situazioni in cui a volte il danno è procurato, nel senso che in un contesto generale tutto sommato neutrale il gestore o il money manager che volessero "inventarsi" qualcosa di nuovo potrebbero seriamente farsi del male e compromettere le performances future.
Stay tuned!.



mercoledì 23 aprile 2014

Massa Monetaria e velocità di circolazione della Moneta


Da moltissimo tempo non pubblicavo un post nella sezione "educational", un pò perchè il ritmo serrato degli eventi non mi ha permesso di farlo ed un pò perchè la teoria in finanza serve, secondo me, quando è direttamente ed immediatamente applicabile alla realtà. 
Il grafico, sconcertante assai, che vi propongo oggi è relativo alla velocità di circolazione della Massa Monetaria negli Stati Uniti negli ultimi 10 anni. Per essere capito è necessaria, per chi non avesse sufficienti competenze tecniche in materia, qualche piccola spiegazione.
Con il termine "Massa Monetaria" si indica convenzionalmente la quantità di moneta presente in un determinato sistema economico in un dato momento storico. In altre parole, e purtroppo banalizzando molto, potrei dire che la Massa Monetaria è l'insieme di tutto il denaro presente, più o meno liquido e più o meno immediatamente disponibile. Denaro, comunque, solo denaro. Quindi da questo dato vanno esclusi immobili, oro, etc....
Nel corso degli anni, proprio per distinguere, ad esempio, il denaro sotto forma di banconota o moneta da un deposito bancario o dalla liquidità presente su un conto corrente, si sono classificati tre tipi di Massa Monetaria: M1, M2,M3.
Il grafico che potete vedere prende in considerazione la M2, che senza entrare nel tecnico è l'aggregato che ritengo più interessante per quanto voglio dirvi: il rischio di deflazione in tutto il mondo è sempre più forte.
Il grafico mostra  la Velocità di circolazione della M2, disastrosamente scesa dal 2004 ad oggi. Tassi a zero, quantitative easing, stimoli monetari di tutti i tipi non hanno prodotto alcun risultato.
Meno velocità di circolazione della moneta significa meno scambi. La gente non si scambia i soldi, questa è la verità. Non li scambia, cioè non li spende per acquisti di beni e servizi. Se non si spende non si consuma. Se non si consuma i prezzi scendono. Se i prezzi scendono si ha DEFLAZIONE.
Credo che ora la "lettura" del grafico vi sia molto più agevole e vi permetta di capire bene a che triste punto siamo arrivati.....E non è tutto, perchè il grafico mostra l'andamento della M2 negli Stati Uniti, che hanno avuto comunque una buona ripresa post recessione, dalla quale almeno ufficialmente sono usciti. In Europa ci siamo ancora dentro con mani e piedi e questo processo deflattivo non potrà troppo a lungo essere sottovalutato dalla BCE. E' ora che Draghi intervenga, con massicci piani di quantitative easing, affinchè cominci a circolare in giro per l'Europa più denaro e più velocemente possibile.
p.s.: il grafico è estrapolato dal sito della Federal Reserve di Saint Louis, a cui potete accedere tramite il link che da tempo è presente nel blog.




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